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Mangio dunque sono
Di Enrico Moriconi

Prima versione gennaio 1999
Ultima revisione settembre 2006
INDICE
Introduzione di Enrico Moriconi
- Il controllo tra mito e realtà
I residui presenti negli alimenti di origine animale
Antibiotici e chemioterapici. Mangimi medicati, integratori medicati, sostanze ad azione auxinica Prodotti chimici diversi - Alcali, acidi composti azotati non proteici o altri prodotti farmaceutici di sintesi-urea, amino acidi di origine sintetica - Elementi minerali (metalli pesanti) - Sostanze coloranti, conservanti, appetizzanti Le sostanze illegali - La diossina
- Ormoni e prodotti simili (beta agonisti)
Fattori che inducono il sospetto dell'uso di anabolizzanti
- Morti sospette
Come si sfugge ai controlli
Le conseguenze per la salute
La situazione europea
- I controlli
- Le farine animali
- Il futuro? Transgenico
Patologie animali e sicurezza degli alimenti
La conservazione degli alimenti
- Benessere animale e benessere dei consumatori
- Le strategie del controllo
Il quadro normativo
Le normative riguardanti le forme patologiche
Autocontrollo
Gli organismi addetti al controllo
- Problemi sanitari
- Le illegalità - Irregolarità
Testimonianze di irregolarità
- I danni alla salute umana
In conclusione.
- Qualità e rintracciabilità
Allevamenti convenzionali e tecnologici
- A livello individuale.
- Mangiare poca carne
- Alternare prodotti diversi
- Fare attenzione ai prodotti preconfezionati
- Prodotti biologici
- Altre certificazioni
- La scelta vegetariana - benefici e salute
Bibliografia

Introduzione

Il presente lavoro è frutto di una ricerca accurata che da anni svolgo sul mondo della produzione
alimentare.
La mia professione, veterinario di sanità pubblica, mi ha fornito un punto di osservazione
privilegiato e mi ha consentito di verificare di persona, dietro le quinte, ciò che accade nelle stalle,
nei capannoni per l'allevamento industriale, nei macelli.
Non è difficile per chi abbia strumenti per valutare, comprendere come gli animali allevati oggi
siano sostanzialmente diversi da quelli di una volta. Le dimensioni, la velocità di crescita, la
deformazione degli arti in alcune specie a causa del peso eccessivo, l'aspetto eccessivamente
florido, sono tutti indicatori di un'allevamento che fa ricorso a strumenti non del tutto leciti per
aumentare i propri guadagni. Quando un settore produttivo inizia a utilizzare determinati
escamotage per aumentare la resa economica, costringe tutti coloro che ne fanno parte a fare
altrettanto, pena la perdita di competitività. Un po' ciò che accade nello sport, dove a dispetto di ciò
che si vorrebbe far credere, gli atleti, per stare al passo con i propri rivali, sono costretti volenti o
nolenti a fare ricorso a metodi più o meno illegali.
Nel caso dell'alimentazione, il problema è che il consumatore è quasi sempre all'oscuro delle
sostanze utilizzate, anche quando queste sono perfettamente legali, come nel caso degli antibiotici,
e soprattutto è totalmente ignaro degli effetti di tali sostanze sulla sua salute.
Ho cercato di attingere, dove possibile, a fonti pubbliche, articoli o tabelle ufficiali. Tali dati
esistono, ma spesso è difficile per il consumatore mettere insieme le informazioni e avere un quadro
preciso della situazione. Certo la stampa ufficiale non sembra molto interessata a fare chiarezza;
evidentemente, i fortissimi interessi dell'industria agroalimentare consigliano prudenza sugli
argomenti più scomodi.
In questo libricino ho cercato di fornire dati utili e chiari per mettere il consumatore in condizione
di fare consapevolmente le proprie scelte, ricordando che proprio le nostre scelte possono
influenzare il mercato e i sistemi di produzione contribuendo a migliorare la qualità dei prodotti e,
aspetto non secondario, le condizioni di milioni di animali allevati.

IL CONTROLLO TRA MITO E REALTÀ

Viene spesso sottolineato come, nei paesi più ricchi, la speranza di vita si sia allungata
notevolmente negli ultimi decenni, mentre molto meno rilievo viene dato al fatto che la speranza di
vita sana, cioè al di fuori dei centri di cura, sta diminuendo negli Stati Uniti, il paese dove i nuovi
stili di vita si sono affermati da tempo. L'aumento delle patologie viene collegato, dalla stessa
Organizzazione Mondiale della sanità (OMS), all'alimentazione con livelli troppo alti di assunzione
di cibi di origine animale, oltre che al fumo. Questo dato ufficiale sottolinea l'importanza
dell'alimentazione e della sua sicurezza, elemento a cui ha dedicato attenzione anche l'Unione
Europea, pubblicando un libro bianco sull'argomento.
La ricerca della sicurezza alimentare è oggetto di attenzione da parte di enti, organizzazioni e
istituzioni; le stesse forze politiche considerano questo tema uno dei più importanti della loro
agenda politica. Spesso però si focalizza l'attenzione sulla produzione del cibo, come se fosse
sufficiente rispettare una serie di norme igieniche per garantirne la salubrità.
Il problema è che la salubrità dell'alimentazione non può essere garantita solo dall'industria e dal
rispetto delle regole igieniche nella lavorazione e preparazione degli alimenti. Ciò che arriva sulle
nostre tavole è il risultato di un lungo processo che inizia con l'allevamento e che porta con sé tutte
le sostanze che in quel circuito entrano.
Un dato da tenere presente è che, nonostante le rassicurazioni, i problemi sanitari legati all'alimentazione, come il caso «Mucca pazza» o la presenza di diossina, sono in aumento e risultano sempre più gravi; il che dimostra che occorre ragionare sul sistema nel suo complesso. Prima della comparsa degli allevamenti industriali e della grande industria della produzione e della trasformazione degli animali e dei loro prodotti, i pericoli per la salute dell'uomo erano soprattutto legati alle malattie degli animali i cui germi potevano eventualmente passare alle persone. Quindi le norme e le regole erano soprattutto rivolte al controllo delle patologie. Successivamente si è verificato il massiccio ingresso della chimica, che ha ampliato il problema della salubrità non solo alle malattie del bestiame ma anche alla possibile assunzione di molecole di sostanze estranee. Dobbiamo quindi distinguere due momenti diversi, quando parliamo di produzione di alimenti di origine animale. C'è il momento della produzione primaria, cioè l'allevamento degli animali destinati a dare i prodotti di origine animale, e una fase successiva, relativa alla preparazione, commercializzazione, distribuzione e somministrazione dei cibi. Mentre nel secondo momento è evidente quanto il rispetto di norme igienico-sanitarie sia indispensabile alla salubrità dei cibi, non è così per tutte le sostanze che sono state ingerite dagli animali durante la loro vita, le quali rimangono nell'organismo e finiscono sulle tavole dei consumatori. Per questo occorre dare maggiore importanza a quanto avviene negli allevamenti e fornire regole precise a garanzia del sistema. Nel campo delle produzioni zootecniche il problema principale è la quantità da controllare; solo per fare qualche piccola cifra, si tratta di analizzare più di 700 milioni di animali macellati ogni anno in Italia, e 12 milioni di tonnellate di mangimi per animali. Il problema è stato risolto con il sistema dell'autocontrollo da parte delle stesse industrie. Evidentemente, si deve contare sulla responsabilità dei produttori, che tuttavia non garantisce dagli irresponsabili che continuano a usare sostanze proibite o vietate. L'attuale metodo di controllo non incide sui sistemi produttivi, che consentono anche l'uso di molecole di sintesi, potenzialmente pericolose; cerca solo di evitarne l'abuso. È, di fatto, la strada scelta dall'Europa, perché più congeniale alla grande produzione e distribuzione che sta invadendo i mercati mondiali. Agli osservatori più attenti le falle del sistema non sfuggono. Si ricorderà come ogni anno decine di migliaia (difficile dire il numero preciso) di bovini vengano rubati e finiscano tutti regolarmente sulle tavole, passando tra le maglie larghe della vigilanza ispettiva. Durante la fase più critica della «Mucca pazza» migliaia di bovini sono arrivati in Italia e sono stati commercializzati prima che ci si accorgesse che non avrebbero potuto essere venduti. Questa, però, è solo la parte emergente dell'iceberg, sistematicamente confermata ogni qual volta si effettuano serie verifiche sul sistema dei controlli, che dimostrano senza ombra di dubbio quanto il sistema sia deficitario. Il problema afferisce però al sistema stesso, e non solo alla sua più o meno rigorosa applicazione. Un esempio chiarissimo della problematicità di questo atteggiamento si è avuto nel giugno del 2003, quando un'inchiesta ha dimostrato l'utilizzo della chimica per aumentare il contenuto di acqua delle carni. Iniettando acqua, proteine di bovino e suino, e un mix di pelle, cartilagine e grasso proveniente dai più disparati animali, si riesce ad aumentare il contenuto di acqua fino al 55 per cento. Il fatto è perfettamente legale perché l'Unione europea permette di aggiungere avanzi della lavorazione di altre specie, a patto che in etichetta compaia l'oscuro termine «proteine idrolizzate». In seguito allo scandalo, il commissario vorrebbe non già vietare la pratica ma cambiare le regole dell'etichettatura, che dovrebbe anche indicare se si tratta di pollo naturale o di uno con acqua aggiunta. Decisione perfettamente in regola con gli indirizzi comunitari. La vera sicurezza non può che nascere da sistemi produttivi diversi, che non siano dominati esclusivamente dalla ricerca ossessiva del guadagno, ma dove anche i valori etici siano uno dei criteri riconosciuti. Quindi, il vero obiettivo per il futuro è quello di cambiare le regole, puntando su una agricoltura e una zootecnia più rispettose dell'ambiente e più sicure. Certo, un vincitore attualmente c'è, ed è molto forte: sono le multinazionali e le grandi
concentrazioni produttive i cui guadagni crescono e continuano a crescere, al pari, però, degli
scandali alimentari.
Quantità significa allevamenti e agricoltura intensiva, con tutto quello che ne consegue:
concentrazione e ampliamento delle proprietà, difficoltà dei piccoli e medi imprenditori, che
diminuiscono velocemente in Italia (e in Europa); aumento dell'inquinamento chimico da pesticidi,
erbicidi, fertilizzanti, nonché dagli effluenti degli allevamenti; progressiva e preoccupante
aridificazione delle aree più sfruttate, come la pianura padana; enormi consumi di acqua, necessari
sia per il mais, sia per l'allevamento e i macelli. Ogni chilo di mais ne richiede 1000 di acqua e uno
di carne 13.000.
Occorre ridiscutere gli indirizzi produttivi e orientarsi verso sistemi più compatibili con
l'ecosistema, nonché fornire maggiori elementi conoscitivi ai consumatori e formarli perché siano
più informati e attenti alle scelte alimentari. È indispensabile la collaborazione dei consumatori
perché imparino a scegliere maggiormente la qualità, accettando di diminuire drasticamente gli
elevatissimi consumi di prodotti di origine animale (circa 85 Kg di carne a testa all'anno in Italia,
quando sarebbero sufficienti, secondo i testi di alimentazione, solo 35).
Continuare sulla strada attuale crea problemi nuovi. Ad esempio, negli Stati Uniti si pensa di usare
le radiazioni nucleari per allungare i tempi di conservazione e la carica microbica degli alimenti.
Alla luce di quanto avviene a Cernobyl, dove la radioattività penetrata nella catena alimentare
continua a contaminare i cibi e a provocare danni fisici (e addirittura la morte) a chi li consuma, non
si può che essere preoccupati di ciò che potrebbe accadere in futuro se fossero applicati su larga
scala simili metodi. Come sempre saremo rassicurati in merito al basso dosaggio e al minimo
rischio che tale metodica comporta, ma come consumatori abbiamo più di un motivo per dubitare
dell'innocuità di alimenti radioattivi. Pericolo che andrebbe a sommarsi a quelli già presenti, ormai
noti anche al grande pubblico, soprattutto dopo il caso «mucca pazza».
È necessario riflettere anche sul sistema dell'informazione e della formazione. Adesso si parla
sempre più frequentemente della necessità di attivare corsi di formazione sull'alimentazione nelle
scuole, che saranno senz'altro utili se solo saranno veramente indipendenti e non soggetti ai forti
interessi delle industrie del settore.
Un ultimo elemento va considerato. L'alimentazione è sicuramente una scelta personale ed
individuale e sono sempre più numerose le persone che adottano una dieta vegetariana, che esclude
carni e derivati, pesce compreso, oppure vegana, che elimina qualsiasi derivato animale, latte, uova,
formaggi, ecc. Per gli argomenti a cui si è accennato fin qui e che saranno sviluppati in seguito, è
chiaro che questo tipo di regime alimentare può rappresentare una scelta non solo etica ma anche
più sicura sul piano della salute.
Le ultime ricerche scientifiche, che dimostrano una relazione diretta tra un'alimentazione troppo
ricca di carne e grassi animali e alcune forme tumorali, dovrebbero indurre a qualche ripensamento
nel campo delle scelte alimentari. Purtroppo, è nota la forza che le abitudini acquisite hanno sulla
nostra capacità di valutazione, come indicano le vicende legate al fumo la cui riconosciuta
pericolosità raramente induce un fumatore ad abbandonare le amate/odiate sigarette.
I residui presenti negli alimenti di origine animale

Nei prodotti di origine animale si trovano i residui delle sostanze con le quali l'animale è entrato in
contatto durante la vita, sia per scelta volontaria degli uomini, sia involontariamente perché presenti
nei cibi che vengono somministrati oppure nell'ambiente. A questi vanno aggiunte quelle molecole
che entrano nella preparazione e lavorazione degli alimenti.
In ordine di tempo abbiamo quindi: - i residui che nascono dal trattamento dei vegetali, quali i pesticidi, i metalli pesanti, i fitofarmaci e dalla cattiva conservazione dei foraggi e dei cereali (contaminazione da aflatossine); - i contaminanti ambientali, che arrivano nella catena alimentare degli animali in maniera involontaria, e che sono rappresentati da pcb e diossine; - i trattamenti che gli animali subiscono durante l'allevamento con prodotti ammessi, quali gli antibiotici, e illegali, come gli ormoni e gli anabolizzanti; - residui di proteine transgeniche dal momento che mais e soia modificate possono essere somministrate nei mangimi. E nel futuro saranno ancora più numerose; - istamina, nitriti e nitrati residui da cattiva conservazione durante le varie lavorazioni previste nella preparazione; - tossine del botulino, che si sviluppano per cattiva conservazione; - contaminanti legati all'imballaggio, quali pcb e stirene; e persino la possibile presenza di radionuclidi che da molte parti si va proponendo sull'esempio di quanto avviene negli Stati Uniti; - infine, vi sono i problemi collegati alle infezioni emergenti di Listeria, Shigella, Cyclosporidium, Cryptosporidium, Campylobacter, e naturalmente BSE.
Antibiotici e chemioterapici.
Mangimi medicati, integratori medicati, sostanze ad azione auxinica

L'allevamento intensivo, si potrebbe dire, è nato con l'antibiotico. È stata proprio la disponibilità di
questi farmaci, infatti, a consentire la concentrazione di un gran numero di animali nelle moderne
stalle. Ammassare molti individui in spazi ristretti significa favorire la possibilità di trasmissione di
eventuali germi o virus presenti nel gruppo, nonché indurre uno stato di stress che facilita
l'insorgenza delle patologie. L'aumento della produzione dei chemioterapici nel dopoguerra ne ha
fatto diminuire il prezzo e così il mercato si è facilmente allargato agli animali. Così i farmaci sono
al tempo stesso stati causa ed effetto degli allevamenti intensivi.
Attualmente antibiotici e chemioterapici sono usati sia per la cura delle malattie, sia per la
prevenzione, nel tentativo di anticiparne l'insorgenza; e anche come auxinici, ossia per favorire la
crescita corporea.
Una conferma ci viene da alcune considerazioni. In primo luogo, ogni qual volta una nuova specie
animale diventa oggetto di allevamento intensivo, si assiste, in tempi brevi, all'introduzione di
queste molecole. Lo stesso è avvenuto infatti per gli allevamenti ittici. Con la loro diffusione si è
dovuto ricorrere alla somministrazione di chemioterapici per aumentare la resa economica.
Ad esempio: in seguito a un controllo effettuato dai NAS, Nucleo Anti Sofisticazioni dei
Carabinieri, nel febbraio del 2004, sono state poste sotto sequestro ventimila tonnellate di pesce
vivo perché trattato con molecole proibite e cancerogene. Si deve ricordare che, purtroppo, le
attività di controllo non possono certo essere capillari e che le regole del mercato di fatto
impongono agli operatori del settore di seguire le stesse regole per cercare di tenere il passo della
concorrenza. Quindi, il sospetto più che fondato è che si sia scoperta solo la piccolissima punta di
un iceberg molto più esteso di quanto non si voglia far credere.
Molte sono le conferme indirette di questa realtà. La vicenda del marzo 2004 delle "rietichettatura"
dei polli in Inghilterra, che così potevano essere consumati anche 30 giorni dopo la macellazione
senza che ci si accorgesse di nulla, dimostra che le sostanze che rimangono negli animali
continuano la loro azione di conservazione anche dopo la morte. D'altra parte, una delle tecnologie
proposte per la conservazione delle derrate è proprio quella di irrorarle di antibiotico.
Un'altra conferma viene dall'allevamento biologico, ed è una prova indiretta. In questi allevamenti,
infatti, non è possibile utilizzare queste molecole, eppure gli animali crescono bene senza malattie.
Ciò è reso possibile dalle condizioni di vita, più vicine a quelle naturali, con ampi spazi a disposizione, ritmi di vita senza forzature e alimentazione corretta. Così, gli animali possono arrivare all'età del macello senza dover assorbire grandi quantità di antibiotici. Le industrie chimiche hanno investito fin dall'inizio sulla diffusione di questi prodotti. Fin dagli anni ‘80 si prevedeva che dal 1981 al 2000 le vendite dei farmaci per la terapia degli animali aumentassero di 6,8 volte e quelli per la prevenzione (vaccini, antiparassitari, ecc.) più di 10 volte. Le previsioni sono state ampiamente rispettate. La stessa Fedesa, Federazione Europea dei Produttori di farmaci, dichiara che più del 50% degli antibiotici prodotti in Europa (13.000 tonnellate) è utilizzato per gli animali, cioè 6.500 tonnellate. Di questi, il 15 % (975 tonnellate) sono introdotti nei mangimi, come auxinici o per la prevenzione. Le conseguenze sono gravi anche a livello ambientale, perché con le deiezioni degli animali si ha una concentrazione dei principi attivi nelle acque, nei terreni e quindi anche nei vegetali, nelle carni e nei pesci di cui si ciba l'uomo. Questo determina quel fenomeno conosciuto come «antibiotico resistenza», perché i batteri vengono in contatto ripetutamente con i farmaci, e, per un meccanismo ben conosciuto, diventano insensibili alla loro azione; per cui gli antibiotici usati per gli animali non servono più per le persone, le quali troveranno difficoltà a guarire dalle malattie. Dopo anni, anche le fonti ufficiali hanno dovuto ammettere che il problema esiste. Negli Stati Uniti, nel numero di marzo 1988, la rivista americana Consumer Report ha rivelato i risultati di un test condotto su 1000 polli acquistati al dettaglio: nel 71%, cioè in 710, è stato trovato un batterio - il campylobacter - considerato in America la causa più comune di contaminazione negli alimenti: è comparso a tassi 4 volte superiori alla salmonella. Così il Center for Diseases control and prevention stima che il campylobacter causi, per l'antibiotico-resistenza indotta, almeno 500 morti l'anno negli Stati Uniti e 8 milioni di casi di indigestione e dissenteria (Il Manifesto, La Stampa, 21.10.97). Gli organi di stampa non possono esimersi dal sottolineare come l'utilizzo di farmaci nell'allevamento animale porrà problemi gravissimi per la salute umana. (The Guardian - 19.8.99 - Farm Antibiotics pose risk to human health). L'abuso di antibiotici, come indicano gli stessi studiosi statunitensi, che li hanno individuati, determina la presenza di batteri resistenti a tutti gli antibiotici nei sacchi di mangime ancora sigillati (Lancet - citato da Salvagente del 16.9.99 e da Focus di ottobre 99). Questo fatto è direttamente collegato al consumo di antibiotici negli allevamenti di polli, dove si generano batteri resistenti che passano nelle farine (mangimi) ricavate dagli animali morti. Nel settembre ‘99 compare su tutti i maggiori quotidiani la notizia della presenza di un batterio resistente a tutti gli antibiotici - definito VISA - che è stata rilevata in Gran Bretagna e in Italia. La sua origine va ricercata nella resistenza acquisita nei confronti degli antibiotici per l'eccessivo utilizzo di queste molecole, non solo in medicina umana ma anche tramite alimenti derivati da animali sottoposti a trattamento. Si può quindi affermare che la somministrazione regolare di antibiotici agli animali da allevamento, per prevenire le malattie e avere maggiori profitti, aumenta le malattie negli esseri umani. Negli USA la resistenza al quinolone è cresciuta tra il 1992 e il 1998 del 9,9%. Il problema è grave perché tutti gli antibiotici utili all'uomo sono usati per l'allevamento (La Repubblica. Inserto Salute, 3.6.99). Che il fenomeno sia preoccupante lo confermano le stesse fonti ufficiali: «Nel settore del farmaco veterinario permane l'allarmante situazione legata all'uso illecito di prodotti medicinali provenienti dal mercato clandestino. Principale elemento di preoccupazione è il crescente utilizzo, negli allevamenti intensivi, di principi farmacologicamente attivi non contenuti in specialità medicinali regolarmente in commercio. (cioè materie prime commercializzate irregolarmente). Anche il numero di ricette veterinarie rilasciate annualmente per singolo allevamento risulta irrisorio» (Regione Piemonte, Settore veterinario, Relazione annuale di attività, anno 1998, pag. 124). Quest'ultima frase allude al fatto che per legge ogni specialità veterinaria deve essere acquistata solo dietro presentazione di ricetta veterinaria. Esiste, cioè, una notevole discrasia tra l'antibiotico prodotto e quello che risulta regolarmente utilizzato con ricetta medico veterinaria. Naturalmente, l'uso incontrollato aumenta i rischi di assunzione da parte dei consumatori, perché è facile che non venga rispettata la regola che vuole che si lasci passare un periodo di tempo sufficiente allo smaltimento della molecola prima della macellazione dell'animale. Negli ultimi anni la situazione non è certo migliorata e le attività di controllo non possono far fronte all'impegno richiesto: migliaia di allevamenti, milioni di animali allevati e di mangime consumato. L'antibiotico utilizzato come integratore desta uguali preoccupazioni in quanto, nella stessa relazione, si afferma che «si fa ricorso in modo crescente all'approvvigionamento diretto tra ditte di allevamento e stabilimenti di produzione, nonché all'uso improprio dei mangimi medicati, il cui impiego si è andato diffondendo soprattutto negli allevamenti avicoli e cunicoli e di suini creando non pochi problemi per la possibile presenza di residui tossici negli alimenti di origine animale». Nel 2002 l'Unione europea ha preso in considerazione questo problema e ha deciso di vietare nel futuro l'utilizzo, come auxinici, di 4 tipi di antibiotici - Flavofosfolipidi, Monensin sodico, Salinomicina sodio e Avilamycina - sperando così di limitare la piaga dell'antibiotico resistenza. A dicembre del 2002 l'Unione Europea ha rafforzato questa linea, stabilendo che a partire dal 2006 sarà vietato l'uso di qualsiasi molecola di antibiotici a fini auxinici. Questo divieto dà ragione a chi sostiene che vi sia un uso eccessivo di antibiotici ma non mette al riparo da furberie, ad esempio quella di usare le molecole proibite come auxinici nei mangimi, per terapie prolungate nel tempo, ben oltre lo stretto necessario, per ottenere lo stesso scopo e vanificando di fatto le decisioni della commissione. Le preoccupazioni di un uso eccessivo non sembrano fuori luogo se la stessa Unione europea conferma un uso di antibiotici in continuo aumento. Com'è possibile che si usino così tanti antibiotici? Non ci sono le leggi ad impedirlo, e i conseguenti controlli? La legge che disciplina il commercio degli antibiotici è il decreto legislativo n. 336 del 1999. Il principio è che ogni farmaco deve essere accompagnato da una ricetta e si può acquistare solo in farmacia. Tuttavia la rigidità della prima normativa è stata attenuata, in quanto è stato concesso un periodo di tempo di sette giorni per procurarsi una ricetta nel caso in cui vengano rinvenuti medicinali senza il documento. Questo, di fatto, significa che si possono acquistare farmaci senza ricetta, e vi sono molti venditori anche non ufficiali che le forniscono. In un secondo tempo, sarà eventualmente procurata la ricetta. Siccome evidentemente i controlli non possono essere capillari né quotidiani, la maggior parte dei farmaci finisce per circolare in maniera non ufficiale. La cronaca riporta spesso casi di ritrovamento di vere e proprie farmacie clandestine. I controlli sull'uso dei farmaci si basano essenzialmente sul riscontro della presenza delle ricette negli allevamenti. Di fatto si basa sull'autocontrollo. Gli allevatori sono tenuti a indicare gli animali che sono stati sottoposti alle terapie, presentando copia delle ricette oppure riportando i dati sull'apposito registro. I certificati che accompagnano gli animali al macello devono ugualmente riportare le notizie sulla somministrazione del farmaco. Quindi, tutto il controllo si limita a verificare che l'allevatore segua le indicazioni prescritte, ma non si effettuano controlli di laboratorio per individuare la presenza di antibiotici se non in misura molto ridotta al macello. Il controllo più efficace viene svolto dalle imprese di produzione del latte. Nella raccolta del latte, che avviene ormai a livello industriale essendo spariti i piccoli produttori, viene prestata molta attenzione da parte di chi lo raccoglie per la successiva trasformazione. Al momento del trasferimento del liquido dal serbatoio aziendale a quello della cisterna si controlla l'eventuale presenza di antibiotici. In caso di positività il contadino pagherà una penale perché il danno si estende anche al latte con cui viene mescolato. A questo punto le ditte possono ricavare un ulteriore guadagno, perché se è vero che quel latte è inutile per il formaggio può comunque essere usato per il consumo diretto. Non è una pratica corretta, ma possiamo essere certi che accade molto spesso. In
questo modo viene venduto a prezzo pieno un prodotto che non è stato pagato!
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Da Il Salvagente, 10-17 luglio 03
L'impatto pesante degli antibiotici
L'Unione europea ha presentato il risultato di alcuni progetti di ricerca (Eravmis, Rempharmawater
e Poseidon) realizzati in 13 paesi, sull'impatto ambientale degli antibiotici utilizzati nella medicina
umana e animale. Negli ultimi 10 anni, secondo lo studio, sono state consumate oltre 12.500
tonnellate di antibiotici in media l'anno, e sembra che questa tendenza sia in aumento. Parte degli
antibiotici vengono metabolizzati dall'organismo umano e animale, mentre una parte importante si
sparge nell'ambiente attraverso le feci. Le ricerche hanno dimostrato la presenza di antibiotici nelle
acque residue municipali e nei rifiuti agricoli, e, anche se le acque residue sono sottoposte a
trattamento nei depuratori, alcune tecniche utilizzate non sono in grado di eliminare completamente
tutti i composti.
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Prodotti chimici diversi

Alcali, acidi composti azotati non proteici o altri prodotti farmaceutici di sintesi-urea, amino
acidi di origine sintetica
Tutte queste molecole sono impiegate nel tentativo di risparmiare sulle materie prime, sfruttando la
capacità degli apparati digestivi degli animali di ricombinare le sostanze azotate primarie in
molecole migliori, cosicché la somministrazione di prodotti chimici più semplici, dall'urea ai
prodotti di sintesi chimica, evita l'utilizzo di sostanze azotate in forme economicamente meno
vantaggiose ma più adatte agli animali (cereali, mais, grano, erba e fieno o paglia).
Alcune di queste sostanze sono prodotte da sintesi di materie di basso costo e di altrettanto basso
pregio.
Eventuali rischi per la salute umana sono in corso di studio, in particolare sembra che l'aumento del
contenuto di azoto o urea nella razione alimentare influisca sull'equilibrio ruminale e pertanto
generi ricadute negative per quanto riguarda la flora microbica intestinale e il possibile sviluppo di
germi patogeni anche per le persone, quali l'escherichia coli e la salmonella. Gli studi sono
particolarmente avanzati negli USA, dove è pesante l'uso di questi sottoprodotti.
Elementi minerali (metalli pesanti)
In Italia (La Stampa, 14 dicembre 1996) sono stati rinvenuti allevamenti nei quali venivano usate
sostanze sospette di esser cancerogene per stimolare la crescita dei conigli, tra cui dimetridazolo e
cloramfenicolo, quest'ultimo ritirato dall'uso umano perché cancerogeno.
Recentemente il NAS ha rinvenuto animali cui erano stati somministrati cadmio e cromo in quantità
eccessiva, proprio a scopo auxinico e per nascondere eventuali somministrazioni di sostanze
ormonali vietate.
Il loro impiego è legato al fatto che servono ad aumentare l'effetto auxinico delle sostanze illegali
anabolizzanti. Interferiscono infatti con le molecole ad azione ormonale o anti ormonale e ne
esaltano l'attività.
Molte di queste sostanze chimiche rimangono come residui nelle carni e nei prodotti di origine
animale, e passano ai consumatori. I metalli pesanti, ad esempio, non vengono distrutti in alcun
modo e dagli animali passano sicuramente ai consumatori. L'elevata presenza di metalli pesanti nei
mangimi si può rilevare con estrema facilità: basta verificare sui cartellini che accompagnano i
mangimi la presenza delle ceneri, cioè di quelle molecole che resistono a 600 gradi centigradi. La
percentuale residuante è un indicatore della loro presenza.
I metalli pesanti sono tossici quando si giunge a concentrazioni elevate, come quasi tutte le sostanze
chimiche di sintesi, coloranti, conservanti, ecc. Gli animali accumulano nel loro organismo queste
sostanze - tutti i mammiferi agiscono in questo modo - in parte metabolizzandole, in parte
inglobandole in «organi deposito» come il grasso. I consumatori, cibandosi di carne, introducono
percentuali più elevate di sostanze nocive e nessun procedimento potrà ridurre il loro impatto
sull'organismo.
La presenza di alcuni metalli pesanti, quali il cadmio, si rileva in quantità crescenti anche a livello
ambientale, a significare che le attività zootecniche fanno ricorso a dosi crescenti della molecola
che, attraverso le deiezioni, inquina i terreni e le acque, con un elevato rischio di inquinamento di
tutta la catena trofica.
Fino ad alcuni anni fa era molto comune ricorrere a ingenti integrazioni con rame, e talmente alta
era la quantità usata che, quando le deiezioni venivano usate per la concimazione dei campi di mais,
era facile vedere una colorazione rossa sulle foglie, dovuta proprio alla presenza del rame.
Sostanze coloranti, conservanti, appetizzanti
Questi prodotti chimici servono a migliorare, in modo apparente, i mangimi.
I coloranti si utilizzano per colorare i prodotti di origine animale; ad esempio i caroteni e le
xantofille vengono utilizzate per far diventare più rosso il tuorlo dell'uovo; i conservanti servono
per migliorare la conservabilità del mangime anche - e soprattutto - quando questo è fatto con
sostanze scadenti che renderebbero più difficile conservarli; gli appetizzanti - come dice il nome -
servono a migliorare artificialmente il gusto dei mangimi per spingere gli animali a sovra
alimentarsi, quindi per farli crescere più velocemente.
Queste sostanze non sono indispensabili. Servono a favorire una crescita artificiale degli animali ma
costituiscono un rischio per la salute di chi è costretto, suo malgrado, a consumarne i residui con i
prodotti di origine animale.
I controlli per queste sostanze si effettuano al momento della produzione dei preparati nei quali
entrano, principalmente i mangimi e gli integratori. I mangimifici sono tenuti a rispettare i livelli
permessi nella formulazione. Per verificare se i limiti sono rispettati, i servizi veterinari effettuano
dei controlli, che sono però numericamente assai ridotti: qualche migliaio all'anno.
I problemi collegati a queste sostanze sono diversi a seconda della molecola interessata. I metalli
pesanti, ad esempio, sono tossici in concentrazioni elevate, così come quasi tutte le sostanze
chimiche di sintesi, coloranti e conservanti e altri principi. La constatazione che si deve fare è che
gli animali accumulano nel loro organismo queste sostanze in quanto tutti i mammiferi così
agiscono nei confronti delle molecole estranee, in parte metabolizzandole, in parte inglobandole in
organi deposito come il grasso. I consumatori, cibandosi di carne, introducono percentualmente
quantità più elevate di sostanze nocive e nessun procedimento di sicurezza posteriore potrà ridurne
l'impatto.
Un aspetto interessante e poco sottolineato è quello relativo al fatto che gli attuali prodotti di origine
animale tendono sempre più ad assumere sapori omogenei e standardizzati poco riconoscibili,
sempre più tendenti al tipo neutro, ragion per cui si fa ricorso in misura sempre più consistente a
insaporitori chimici. Cioè, il sistema non solo utilizza molecole chimiche negli animali, ma spinge
perché altre sostanze chimiche entrino direttamente nelle catene dell'alimentazione umana per
conferire sapidità ai cibi.
Le sostanze illegali

La vicenda della diossina nel mangime dei polli e dei suini è emblematica dei rischi che sono insiti
nell'attuale sistema produttivo, il quale offre la possibilità, a persone prive di scrupoli, di tentare di
introdurre nella catena alimentare qualsiasi tipo di sostanza, contando sul fatto che gli animali sono
dei buoni riciclatori e possono trasformare anche principi attivi non utilizzabili diversamente.
Questo produce alcuni effetti, e il primo di questi è speculare grandi guadagni, perché utilizzare
sostanze di rifiuto vuol dire partire da materie prime a costi bassissimi. Anzi, talora si possono
anche ottenere dei rimborsi proprio per le attività di disinquinamento, perché si «elimina» un rifiuto
che è un peso per chi lo produce. Se poi i rifiuti, con un semplice passaggio, diventano materia
prima che si può vendere, ecco che il guadagno che si ricava è alquanto elevato.
Questa strada è resa possibile dall'utilizzo di sostanze di scarto, ammesse ma di basso valore,
mescolate ad altre proibite.
Un elemento fondamentale è costituito dal fatto che l'uso di sostanze illegali non viene scoperto
finché non provoca danni gravi e sovente irreparabili. L'esempio della diossina è di nuovo
illuminante. Chi poteva pensare che questo sarebbe avvenuto? Chi poteva sospettare che si arrivasse
al punto di somministrare sostanze assolutamente pericolose e non alimentari, pur di guadagnare
qualcosa in più? Così, nel futuro, chi può prevedere che materie pericolose o dannose non siano
introdotte nei mangimi solo per speculazione? È questo il dubbio che dovrebbe essere tenuto in
maggiore considerazione. Consentire l'utilizzo di tutto quello che si conosce limitando solo le
quantità rende di fatto impossibile impedire comportamenti illegali e pericolosi: chi cerca profitto a
tutti i costi può guadagnare abbastanza da considerare minimo e inessenziale il rischio di sanzioni
future. Paradossalmente, si cercheranno le sostanze più vantaggiose, e quindi pericolose per la
salute pubblica, perché, sapendo di rischiare, si cercherà il maggior rischio possibile purché
comporti una altissima ricaduta economica favorevole.
La diossina
Utilizzare materie di scarto è oltremodo conveniente, come abbiamo dimostrato. È altamente
probabile che, nel caso della diossina, non si sia trattato di un errore, perché i contenuti negli
animali erano troppo elevati per pensare a un problema occasionale. Si trattava di una lavorazione
sistematica che è stata scoperta per qualche strano motivo (guerra commerciale, maggiore
attenzione di qualche veterinario, ecc.) Nel caso specifico, lo scandalo è scoppiato perché un
veterinario si era insospettito a causa dell'aumento di suini morti in una serie di allevamenti, con il
ripetersi di una sintomatologia uguale. Dall'esame autoptico era stato possibile risalire alla causa,
cioè un'alta dose di diossina presente nei mangimi forniti da alcune ditte.
Il caso è assolutamente emblematico di ciò che può avvenire spingendo le produzioni senza curarsi
delle conseguenze globali.
Per garantire la presenza di grasso in quantità sufficiente nel latte delle vacche grandi produttrici, è
invalso da molto tempo l'uso di addizionare il loro mangime di materie grasse. Anche i mangimi di
suini e polli devono essere addizionati di grassi aggiunti ai cereali, in questo caso per farli crescere
più in fretta.
Questo metodo ha generato lo scandalo della diossina perché qualcuno aveva avuto l'idea di
risparmiare rendendo più energetici ("grassando") i mangimi con l'olio usato dei trasformatori
elettrici, rifiuto di nessun valore; anzi, per il cui smaltimento le industrie pagavano. Eppure, anche
di fronte alla grande concentrazione di diossina trovata nei mangimi, e alle modalità stesse di
sviluppo della vicenda che aveva visto numerosi morti negli allevamenti, molti hanno cercato di
minimizzare sostenendo la versione della contaminazione accidentale. Le quantità rilevate, tuttavia,
non lasciavano spazio ai dubbi: la volontà di lucrare, senza farsi troppi scrupoli, risulta piuttosto
evidente.
Secondo le fonti ufficiali, in Italia i controlli funzionano e, dalla vicenda Seveso in poi, ci siamo
dotati di organi di vigilanza e controllo efficienti. È un errore! In quei giorni non vi era nessun
laboratorio ufficiale che fosse in grado, in Italia, di svolgere le analisi per la ricerca di sostanze
come la diossina nella carne!
E adesso, che cosa succede? Qualche laboratorio in Italia è attivo, ma i prelievi per la ricerca di
questa specifica sostanza sono soltanto 300 in un anno. Se si pensa al numero degli animali allevati
e alle quantità di alimenti necessari, si comprende facilmente quanto siano insufficienti a garantire
la salute degli animali e dei consumatori.
Ma per la diossina, come per altre sostanze, più che dai controlli le garanzie sulla qualità degli
alimenti possono derivare da un diverso modo di produrre e da una maggiore consapevolezza,
anche da parte dei consumatori.
Anche su questo punto è presente una contraddizione tra le decisioni ufficiali e la realtà. Quando si
cerca, si trova quasi sempre qualcosa che non va bene. Nel novembre del 2003, a Torino, il
Procuratore Raffaele Guariniello ha disposto delle verifiche dopo che si è avuta una serie di
segnalazioni relative alla presenza di diossina, oltre che di penicillina, nei pesci. Certamente non è
facile ipotizzare come la diossina sia pervenuta negli organismi dei pesci; si tratta tuttavia di un
segnale evidente di un rischio continuo e presente, ma del tutto trascurato a livello di prevenzione
(La Stampa, 16.11.03).
In verità, il rischio legato alla diossina va ben oltre la somministrazione volontaria del principio
chimico. La diossina è un inquinante la cui presenza è sempre più abbondante nell'ambiente, al
punto che di anno in anno si aumentano i livelli tollerati di presenza, ad esempio nei terreni e nelle
acque. La diossina si fissa negli organismi alle molecole adipose, e quindi è facile trovarla nel latte
e nei formaggi. Poiché vi sono poche attenzioni nei suoi confronti, e poiché le decisioni in campo di
tutela ambientale lasciano a desiderare, le emissioni di questi principi aumentano; così che ci
troviamo sempre più frequentemente a costatarne la presenza, quando la si cerca, nelle produzioni
animali. Come era successo quando un veterinario francese aveva sollevato il problema,
rilevandone l'abnorme quantità nel latte di vacche pascolanti vicino all'inceneritore di Lione.
Il dubbio che aumentino anche da noi i livelli presenti nel latte e nelle carni è più che lecito, visto
che si continuano a costruire nuove fonti di emissione quali sono, ad esempio, gli inceneritori.
Ormoni e prodotti simili (beta agonisti)
L'introduzione degli anabolizzanti è, come si è detto, insieme causa e conseguenza della nascita
degli allevamenti intensivi.
La richiesta di crescite rapide non poteva non stimolare la ricerca di aiuto attraverso le sostanze
chimiche come gli anabolizzanti e gli antitiroidei.
Se ne è introdotto l'uso proprio agli albori della zootecnia industriale. Gli allevamenti senza terra,
che dovevano, e devono, acquistare tutti gli alimenti per gli animali, hanno molto interesse a
diminuire i costi con qualsiasi mezzo. Un sistema è appunto quello di ottenere crescite più rapide a
parità di materia prima impiegata.
Le molecole utilizzate, in estrema sintesi, agiscono intervenendo sul metabolismo, ovvero
nell'attività dell'organismo che, attraverso l'alimentazione, porta alla costruzione del corpo e al
sostegno delle attività fisiche. Esse favoriscono la composizione di proteine a parità di calorie
introdotte, deviando verso la catena proteica parte dell'energia che invece andrebbe accumulata
sotto forma di grasso di riserva. In pratica, aumentano la parte muscolare dell'organismo, come ben
sanno anche gli sportivi che vi fanno ricorso. Se pensiamo a quanto sia più gradita la parte
muscolare dagli acquirenti, comprendiamo l'interesse zootecnico per queste pratiche.
Un'altra azione che svolgono le sostanze illegali è quella di aumentare, e di molto, la quantità di
acqua trattenuta dai tessuti. Spesso i consumatori lamentano proprio la notevole perdita di acqua
delle carni durante la cottura. Un metodo conveniente, in quanto si vende dell'acqua al posto della carne! Fin dall'inizio si è avuta una crescita esponenziale nel loro impiego e sono stati segnalati gravi inconvenienti per la salute dei consumatori. In Italia ufficialmente l'uso è vietato - fin dal 1961 - ma, di fatto, i sistemi per verificarne la presenza erano empirici. Fino alla fine degli anni ‘80 le ricerche di laboratorio consistevano nel somministrare, come cibo, le feci dei bovini a topoline impuberi e quindi sacrificarle per pesarne l'utero, verificando un'eventuale accrescimento. I risultati erano sempre negativi. In quegli anni venivano spesso rinvenuti i farmaci negli allevamenti, ma non si potevano incriminare gli allevatori perché non c'erano le prove della somministrazione. Il sistema dell'illegalità è andato in crisi per poco tempo negli anni '90, quando si sono messi in campo sistemi analitici basati sulla ricerca dei residui nel sangue e nelle urine, in conseguenza dell'adozione dei Decreti Legislativi 118/92 e 119/92. Ben presto, però, chi intendeva frodare ha trovato le necessarie contromisure; così, oggi, le statistiche ufficiali del Ministero della Sanità (peraltro ferme al 1995) dicono che la somministrazione di ormoni è assolutamente marginale. Forti di questi dati, allevatori e macellatori rassicurano i consumatori. In verità, basta andare nelle stalle industriali per vedere le trasformazioni degli animali, o sentire parlare gli addetti ai lavori nelle loro trattative commerciali, per capire quanto sia generalizzata l'illegalità. I laboratori ufficiali ricercano le poche sostanze per le quali sono attrezzati, ma quelle in circolazione sono decine e decine, per rintracciare le quali non esistono test di laboratorio. D'altra parte, con più di 700 milioni di animali macellati, grandi e piccoli, ogni anno, controllare tutto significherebbe mettere in atto uno stato poliziesco dedicato solo a questa attività. Di fatto, vi sono due sistemi in competizione tra loro. Da un lato, l'interesse degli allevatori per l'uso di queste sostanze, che permettono un guadagno valutabile tra i 100 e i 150 euro per animale con una spesa minima, e, dall'altro, l'interesse di chi produce le molecole, che sollecita non solo la somministrazione ma anche il ricorso a metodi e trucchi che mettano in crisi chi deve reprimere l'illegalità. Dall'altra parte vi è pertanto il sistema di ricerca ufficiale che deve combattere l'illegalità, sovente non sapendo quali farmaci cercare, quali sono le metodiche di somministrazione e in perenne carenza di personale e mezzi. La conclusione è che in tutta Europa vige il divieto di somministrazione delle sostanze anabolizzanti agli animali, ma le possibilità di impedirlo sono praticamente nulle. Le sostanze utilizzate sono molte. Ci sono gli ormoni propriamente detti, molecole che copiano quelle della sfera sessuale maschile e femminile, ad esempio: 17 beta estradiolo, estradiolo benzoato, dietilstilbestrolo, exestrolo, dienestrolo, zeranolo, testosterone, trenbolone, nandrolone, progesterone. Inducono aumento di peso anche i tireostatici, in quanto favoriscono l'accumulo di acqua nei tessuti. Esempi di principi attivi di questo tipo sono: metiltiouracile, metimazolo, propiluracile. La stessa azione viene svolta dai cortisonici: cortisone, cortisolo, desametasone. Sovente sono usati nelle fasi finali dell'ingrasso, in quanto farmaci di libero commercio che pertanto non danno luogo a gravi sanzioni nel caso di controllo. Però la loro attività farmacologia permette di non perdere il guadagno acquisito in precedenza con la somministrazione delle altre molecole proibite. Attualmente sono molto usati i partitori di energia, beta agonisti, come clenbuterolo, cimaterolo,
salbutamolo. La loro attività consiste nel favorire la sintesi proteica a partire da altri principi
nutritivi, e anche la ritenzione di acqua a livello di tessuti.
Fattori che inducono il sospetto dell'uso di anabolizzanti

Il primo segnale di uso illegale di sostanze anabolizzanti è la presenza di acqua nelle carni che si
rileva al momento della cottura, ben al di sopra del quantitativo fisiologico. È un elemento fin
troppo noto ai consumatori e che negli anni passati creava una certa preoccupazione. Purtroppo, in
tema di alimentazione le persone finiscono prima o poi con l'adattarsi alle situazioni, e adesso la
perdita di acqua durante la cottura viene accettata come un male inevitabile se si vuole mangiare la
carne. In tal modo, chi si dedica a pratiche illegali ha avuto ragione con il tempo ed è riuscito ad
imporre la sua volontà.
Altro elemento è la crescita ponderale degli animali, veramente innaturale. Un vitello a carne bianca
arriva in soli 5 mesi fino a 250-300 Kg, quando senza aiuti farmacologici non supererebbe i 150-
200 Kg.
Crescite innaturalmente veloci si riscontrano in tutti gli animali in allevamento intensivo, nei
vitelloni, nelle vacche a fine carriera (ingrassate in 3 mesi) come nei polli (38-40 giorni) nei
tacchini, nei conigli.
Anche l'aspetto morfologico degli animali è un buon indicatore dell'utilizzo di sostanze illegali, in
quanto, insieme alla crescita ponderale, tutti gli animali assumono anche un aspetto particolarmente
florido. Anche quando si tratti di bovini di razze non pregiate e che naturalmente non avrebbero
simili conformazioni fisiche. Le stesse vacche a fine carriera escono trasformate, dopo appena tre
mesi di permanenza nelle stalle da ingrasso.
Con buona probabilità si riscontrano anche lesioni all'apparato genitale (quale l'abnorme sviluppo
degli organi sessuali, specialmente utero e vagina) in vitelle prepuberi (di soli 6 mesi di età),
sviluppo che le prove sperimentali dimostrano poter essere indotto dalla somministrazione di
sostanze anabolizzanti (ormoni della sfera sessuale e beta agonisti). Nel dicembre del 2002 una
ricerca dell'Università Veterinaria di Torino ha dimostrato come il 30% dei vitelli da latte
presentava queste anomalie. Erano animali macellati in Piemonte ma provenienti da diverse regioni
italiane, a indicare un problema non certo solo regionale. Una ulteriore dimostrazione di come le
somministrazioni continuino in maniera non rilevabile dai controlli ufficiali è che gli animali non
presentavano alterazioni dei valori del sangue o delle urine.
Si deve sottolineare che questo rilievo non assume prova di somministrazione e quindi di
colpevolezza, come sarebbe logico attendersi, perché le normative europee e nazionali stabiliscono
che per la condanna occorre dimostrare non solo la molecola che è stata usata ma anche la quantità
presente. Così diventa quasi impossibile perseguire il reato. La constatazione di queste alterazioni,
inoltre, è più significativa di quanto dicano i numeri, trenta per cento, già alti di per sé. Infatti, i
soggetti che denunciano irregolarità non sono quelli a cui è stato alterato il ciclo biologico, bensì
quelli nei quali l'organismo ha reagito con alterazioni patologiche alla somministrazione. Cioè, il
rilievo non può portare a escludere gli altri, ma semmai diventa un segnale di uno stato generale di
alterazione del metabolismo al quale alcuni soggetti reagiscono negativamente, mentre la
maggioranza riesce ad assorbirli senza manifestare anomalie.
Un'altro sintomo da valutare con attenzione è il deperimento degli animali sotto sequestro. Quando
si individuano dei capi a cui sono stati somministrati ormoni o simili, tutta la stalla viene bloccata
per un certo periodo per effettuare i controlli. In questi casi gli animali subiscono vere
trasformazioni e dimagriscono, sgonfiandosi in maniera molto evidente perché non sono più
sostenuti dagli aiuti chimici.
Sovente vengono rilevati traffici di anabolizzanti, come quello scoperto al confine tra Svizzera e
Italia nel marzo 98, durante il quale sono state sequestrate sostanze anabolizzanti per un valore
vicino ai 3 miliardi di lire. Nel febbraio ‘99, una serie di controlli in oltre cento allevamenti ha
portato al sequestro, in Veneto, di ingenti quantitativi di antibiotici e ormoni e alla scoperta, dopo
otto mesi di indagine, di un traffico clandestino di queste sostanze. Ancora, nel giugno 2001 è stato
scoperto un nuovo e fiorente traffico illecito di medicinali destinati agli allevamenti bovini. È una
prova ulteriore che questi prodotti vengono effettivamente e largamente usati nel nostro paese.
Pur con la limitazione legata alla ristrettezza di mezzi e di uomini, quando si effettuano delle azioni
di controllo si possono ritrovare tracce di traffici, come è accaduto nel febbraio del 2004 quando
sono state arrestate 23 persone, altre 28 indagate e sequestrate tonnellate di farmaci antibiotici e
ormoni. Nel dicembre del 2002, il Nas, Nucleo Antisofisticazioni del Carabinieri, ha scoperto
diverse farmacie clandestine rifornite di cortisonici, anabolizzanti, steroidi, antibiotici.
Evidentemente, a questa offerta del mercato corrisponde una domanda.
Morti sospette
Sempre più frequentemente, soprattutto nella stagione estiva, avvengono numerose e improvvise
morti di animali pronti per la macellazione. Gli addetti ai lavori dicono che gli animali «si
spaccano»; in pratica crollano di fronte ai trattamenti farmacologici. Questi eventi sono,
probabilmente, da imputarsi a cambiamenti avvenuti negli ultimi anni nei trattamenti illegali.
Esistono anche testimonianze indirette su questo fenomeno. Nel marzo del ‘99, durante la
trasmissione «Lampi d'inverno» su Radiotre, il Prof. Antonio del Monte ha affermato che
«l'utilizzo degli ormoni nello sport è facilitato dalle esperienze fatte in zootecnia», ripetizione di un
concetto espresso già da molto tempo.
Tra gli elementi che confermano la somministrazione fraudolenta di queste sostanza si devono
aggiungere i recenti casi di telarca nelle bambine evidenziato a Torino. Si è visto infatti (dicembre
2002) che numerose bambine prepuberi sviluppavano precocemente il seno. La sindrome è stata
messa in relazione con la somministrazione di omogeneizzati di carne che contenevano sostanze ad
azione estrogenante.
Queste segnalazioni, anche se non sono più sotto i riflettori e lentamente spariscono dalle prime
pagine dei giornali, non si fermano, anzi aumentano di numero: dall'inizio del 2003, infatti, sono
salite a ben 200, segno inequivocabile di un fenomeno grave, e che richiederebbe provvedimenti
ben più importanti di quelli attuati fino a ora.
Come si sfugge ai controlli

Le società chimiche produttrici delle molecole anabolizzanti possono proporre sempre nuove
molecole o preparazioni particolari (dimeri, accoppiamento di due molecole) non individuabili dai
laboratori ufficiali attrezzati per cercare solo un numero limitato di sostanze. Si deve ricordare che
le molecole di beta agonisti conosciute, ad esempio, sono più di 70, ma i laboratori ufficiali
ricercano solo le 15 principali, che sono quelle di più sicuro effetto; ma chi vuole sfuggire ai
controlli può benissimo usare maggiori quantità di una sostanza, meno efficace ma non ricercata.
Inoltre, è facilissimo per i laboratori clandestini preparare nuovi tipi di beta agonisti, semplicemente
cambiando dei legami chimici all'interno di essa. Le nuove molecole non saranno identificabili dai
laboratori ufficiali, perché questi ultimi non possiedono i reagenti chimici in grado di farlo.
I laboratori, anche molto semplici, possono, con una certa facilità, produrre nuove composizioni
chimiche che si possono somministrare agli animali con una certa sicurezza di impunità. I traffici di
prodotti anabolizzanti, che ripetutamente vengono smascherati, segnalano proprio questo
meccanismo: laboratori clandestini situati in diverse nazioni europee producono e vendono in tutta
Europa. Il fatto che l'uso tuttavia sfugga ai controlli viene sottolineato dalla constatazione che si
individuano i prodotti quando viaggiano prima di essere somministrati agli animali, mentre nel
corpo e negli escreti di questi non si rilevano!
Un altro sistema usato è quello di non sottoporre contemporaneamente tutti gli animali alla
somministrazione, ma scaglionare gli interventi. In questo modo, poiché è impossibile,
tecnicamente ed economicamente effettuare i controlli su tutti gli animali, si diminuisce
grandemente il rischio che siano individuate le pratiche illegali.
Inoltre, si ricorre a trattamenti sofisticati che consistono nel miscelare più principi che hanno la
stessa azione ma diversa formulazione, per cui ogni singolo esame rimane nei limiti della norma
fisiologica. Nel 1995, in alcuni vitelli vennero rinvenuti impianti sottocutanei di sostanze ormonali,
innesti di farmaci a lento rilascio. Le analisi ufficiali dei liquidi organici (sangue e urina) dei vitelli
non ne rilevarono la presenza, a testimonianza della perfezione ormai raggiunta nell'utilizzo di
queste molecole. In fondo, si tratta dello stesso sistema usato nel campo dei fitofarmaci, anche se
questi prodotti sono permessi: si mescolano più prodotti, si ottiene ugualmente il risultato auspicato
ma i livelli di presenza rimangono bassi per ogni singola sostanza.
La possibilità di sfuggire ai controlli non solo impedisce di punire i colpevoli dell'illecito ma svolge
anche un ruolo «pubblicitario» per i trafficanti, in quanto possono dichiarare che la loro carne è
esente da residui e garantisce lauti guadagni.
Che si sia in presenza di una realtà oltremodo complessa lo confermano ad esempio i dati della
indagine svolta dall'Università di Torino con i servizi Veterinari regionali che ha rilevato come nel
30% dei vitelli da latte, a «carne bianca» tanto gradita a un certo tipo di consumatori, quali bambini
e anziani, si rileva la presenza di sostanze anabolizzanti proibite.
Le conseguenze per la salute umana

Oltre ai problemi per la zootecnia - per esempio, la penalizzazione degli allevatori onesti -
preoccupano le ricadute negative sulla salute umana.
Le prime conseguenze sono relative alle problematiche dell'infertilità crescente nella popolazione
umana. I dati ufficiali dimostrano che ogni anno diminuisce il tasso di fertilità della popolazione
maschile, con una riduzione accertata del numero di spermatozoi attivi, fatto ormai ammesso dalle
stesse organizzazioni sanitarie ufficiali. Certamente, sono molti i fattori che possono determinare
questa evoluzione, ma non si può ignorare che gli studi più recenti lo mettono in relazione
all'aumento delle presenze di residui di ormoni che entrano nell'alimentazione umana. Il fatto che
tali residui possano essere metabolizzati e immessi nel circuito dell'alimentazione umana può
rappresentare sicuramente un aumento del fattore di rischio. Senza dimenticare che negli anni
sessanta erano stati resi noti episodi in cui alcuni uomini avevano subito conseguenze pesanti e
dimostrate a livello della sfera sessuale, proprio in conseguenza dell'assunzione di residui di ormoni
animali.
Gli ormoni della sfera sessuale possono creare problemi di tossicità cronica. I testi scientifici, a
questo proposito, indicano la possibilità di infarti, embolie, conseguenze alla sfera sessuale per gli
adulti maschi e per le donne in età fertile, nonché la possibilità di ritardi di crescita nei bambini.
Sono tutte patologie gravi, ma difficilmente ascrivibili in modo diretto e certo all'eventuale
introduzione di residui con le diete alimentari, per le difficoltà di collegare con certezza la causa di
un danno a un'assunzione avvenuta molto tempo prima e a livelli molto bassi. Questo fatto consente
a studiosi, anche illustri, di negare la pericolosità di tali sostanze. Ciò accade anche in altre
patologie, ad esempio: la problematica legata al cancro - patologia in aumento e che da molti viene
in numerose delle sue forme collegata al tipo di alimentazione - è molto difficile da dimostrare
proprio per la difficoltà di ricollegare questa patologia, attraverso ricerche epidemiologiche, a un
fatto così comune come il cibo.
I beta agonisti possono dare problemi sia di tossicità acuta, cioè di intossicazione, sia di tossicità
cronica.
Quanto alla tossicità cronica, alcuni autori affermano che non si può escludere, a tutt'oggi, la
possibilità di rischi per il consumatore di effetti mutageni, teratogeni e cancerogeni.
Molto più numerose sono le segnalazioni inerenti la tossicità acuta (o intossicazione), in seguito
all'assunzione di elevate quantità di beta agonisti presenti nelle carni. Le manifestazioni cliniche
sono dovute ai danni alla muscolatura cardiaca, con conseguente aritmia ed edema polmonare,
cefalea, dolori muscolari, tachicardia.
Sono ormai numerosi i casi segnalati di intossicazioni collettive: nel 1990, un episodio in Spagna;
nel 1992, un analogo episodio in Francia; nel 1994, 127 persone intossicate a Madrid.
Nel 1992, una neonata a Torino, in seguito alla somministrazione di liofilizzato di carne di vitello,
ha presentato metrorragia e telarca bilaterale, sintomi cessati con la sospensione del prodotto
liofilizzato (Barbarino, Med. Vet. Preventiva, n. 2, 1993).
Al Centro di Ginecologia dell'Infanzia e dell'Adolescenza dell'Università di Torino si è riscontrato,
negli ultimi anni, un aumento del casi di telarca nelle bambine. In Italia il primo caso segnalato si è
avuto nel ‘95 a Malo (VI).
Nell'agosto del 1996, un caso di intossicazione collettiva che ha coinvolto ben 62 persone,
verificatosi in Campania, dovuto al consumo di fegato di vitello, è stato tenuto nascosto dalle fonti
ufficiali, anche se sono state effettuate indagini da parte della magistratura.
Giugno ‘97: intossicazione di 9 persone ad Assisi, provocata dalla carne di bovini a cui era stato
somministrato clenbuterolo, beta agonista.
Finora non si sono realizzate indagini epidemiologiche al fine di mettere sotto osservazione la
presenza di sostanze ormonali capaci di indurre forme tumorali. Così come non è stato indagato
ancora il possibile legame tra assunzione di determinate sostanze e le forme cardiovascolari.
Eppure, è piuttosto evidente che ciò che entra in un punto qualsiasi della catena alimentare finisce
poi nel metabolismo umano.
La situazione europea

Un'indagine effettuata in Belgio da un'associazione di consumatori, i cui risultati sono stati
pubblicati dalla rivista Altroconsumo, ha ritrovato il clenbuterolo, nota sostanza beta agonista, in
una certa percentuale di campioni di fegato e di muscolo bovino prelevati sui banchi di macelleria,
con ciò confermando che questa sostanza è ancora molto usata e che può sfuggire ai controlli e
arrivare fino alla tavola dei consumatori.
L'importanza del traffico di sostanze beta agoniste è resa evidente da una serie di episodi:
- dieci persone implicate nel traffico illegale di tali prodotti in Spagna (AnimaI Pharm, n. 23,
settembre 1991); - il clenbuterolo, «la cocaina dei bovini», viene venduta, nel 1991, a 7 milioni di pesetas al Kg in Catalogna e il giro del mercato nero viene stimato in circa 30 milioni di dollari, quasi 50 miliardi di lire (Animal Pharm, n. 221, febbraio 1991); - nel 1991, in Irlanda del Nord, furono trovati 69 campioni con presenza di clenbuterolo su 163 bovini macellati perché sospettati di trattamento. Questo dato raddoppiò quello dell'anno precedente (36 positivi su 500.000 esami ) (Animal Pharm n. 236, settembre 1991); - il Times ha ipotizzato che terroristi nord irlandesi dell'Ira potessero essere coinvolti nel traffico illecito, in quanto 1 Kg di clenbuterolo vale al mercato nero 45.000 sterline, circa 120 milioni di lire (Animal Phann, n. 226, aprile 1991); - nel ‘91 si è scoperto che la Compagnia olandese Dopharma, con sede a Utrecht, era un centro di produzione illegale di clenbuterolo. L'operazione di polizia coinvolse anche veterinari ufficiali e riguardò 46 depositi sparsi in Olanda, Belgio, Italia e Svizzera. Al momento dell'ispezione fu rinvenuto un quantitativo di sostanza di 4,5 Kg, del valore di circa 123.000 dollari, pari a 190.000 milioni di lire; - nel 1993, il governo inglese ha deciso un monitoraggio per la ricerca del clenbuterolo nel paté di suino proveniente dal Belgio, dopo che residui di tale sostanza erano stati trovati in quel tipo di prodotto (Animal Pharm, n. 289, 1993); - 22.02.96 - L'Ispettore veterinario Karel van Noppen viene assassinato con un colpo di arma da fuoco alla testa dalla «Mafia degli ormoni»; - il Presidente della Conferenza di Bruxelles sugli anabolizzanti (29-11/ 1-12.1996) ha affermato, alla chiusura dei lavori, che «l'uso illecito di un gran numero di promotori di crescita è diventato un serio problema dal quale nessun Paese del mondo può considerarsi libero»; - 19.11.01 - Quindici persone coinvolte in un'inchiesta sullo spaccio di ormoni e anabolizzanti per animali. Il traffico si svolgeva tra Lombardia e Spagna; - 23.05.03 - Carne agli ormoni. In Olanda eliminati 50.000 maiali. Gli allevatori olandesi distruggeranno 50.000 maiali perché i test per controllare se i mangimi sono stati contaminati da un ormone costerebbero troppo. Molti allevamenti olandesi hanno ricevuto partite di carne contaminata con medrossi progesterone acetato (Mpa), un ormone che mette a rischio la fertilità dell'uomo e che in Europa viene usato a scopi terapeutici. L'Unione Europea ha confermato che gli allevatori potranno macellare i loro animali a determinate condizioni. Ma 27 allevamenti hanno ritenuto il costo di 200 euro per controllare ogni maiale troppo elevato, e hanno quindi deciso di eliminare 50 mila maiali. La vicenda ha interessato undici paesi, tra cui l'Italia; - Anabolizzanti e antibiotici nella carne - La Repubblica, La Stampa 17 febbraio 2004. 23 persone in carcere, 26 agli arresti domiciliari, altri 44 indagati, tonnellate di ormoni e antibiotici sequestrati; tra gli altri: cloramfenicolo, dimetridazolo, furaltadone, furazolidone, 17 beta estradiolo e 17 beta boldenone sintetico. In totale una lista di 42 prodotti. I prodotti vietati arrivano da paesi europei. - 05 Febbraio 2006 BLITZ DEI NAS L'INCHIESTA DELLA PROCURA DI PINEROLO: UN
ARRESTO, 35 AVVISI DI GARANZIA, 90 PERQUISIZIONI E UNA FARMACIA MESSA
SOTTO SEQUESTRO . Carne dopata sulle nostre tavole Antibiotici e anabolizzanti ai bovini:
smascherati allevatori, farmacisti, veterinari




I controlli
A livello europeo la legislazione è stata unificata. In questo modo non dovrebbe più essere possibile
scaricare la colpa sempre sul vicino.
Nel 1999 sono state recepite due direttive comunitarie sulla somministrazione di sostanze
anabolizzanti e di altro tipo. La descrizione particolareggiata è nel paragrafo dedicato ai controlli in
generale.
Le farine animali
Come si sa, la sindrome della encefalite spongiforme bovina è nata dalla somministrazione di farine
di carne ottenute da pecore morte di scrapie.
La vicenda sottolinea, innanzi tutto, il punto debole insito nell'attuale approccio alla zootecnia industriale. Il principio che permette di usare praticamente tutti i sottoprodotti e gli scarti di altre lavorazioni, confidando nella capacità degli animali di riciclarli, espone costantemente al rischio di introdurre nella catena alimentare, che termina con l'uomo consumatore, anche sostanze assolutamente pericolose. Anche ciò che può essere giudicato non a rischio può dare luogo - o nel tempo, o per mescolanza con altri elementi, o per eccesso di quantità - a forme di intossicazioni anche gravi e non prevedibili. La storia della diffusione della BSE evidenzia molto bene quali siano attualmente gli orientamenti delle varie amministrazioni e degli organi preposti al controllo, e come gli interessi in gioco siano in grado di condizionare anche un bene primario come la salute pubblica. La vicenda della «mucca pazza» nasce a metà degli anni 80, verso il 1986, quando viene segnalata la comparsa di una nuova malattia nei bovini. Ben presto viene messa in relazione alla scrapie degli ovini, conosciuta da molto tempo: si tratterebbe di una modificazione dell'agente patogeno trasferitosi dagli ovini ai bovini, a causa dell'abitudine di utilizzare le carcasse degli ovini morti di scrapie per produrre farine e mangimi per l'allevamento. Dapprima si nega ogni possibile rischio per l'uomo, ma solo dieci anni più tardi, mentre illustri professori girano l'Europa per spiegare che la nuova malattia è in fase calante, si verificano i primi casi riconosciuti di trasmissione all'uomo dell'agente patogeno. A quel punto si ha una escalation della malattia e una conseguente ricerca di misure atte a limitarne la diffusione. In un primo tempo, solo la Gran Bretagna sembra colpita dall'epidemia; poi, pian piano, il contagio si diffonde in tutta Europa. Quale era stata la causa scatenante? Come si è ricordato, il contagio è legato al consumo di farine animali ottenute da pecore morte. Negli anni ottanta, per risparmiare sui costi di produzione, si era modificata la lavorazione delle carcasse diminuendo il calore dei forni ed eliminando il trattamento con acidi che, spezzando le catene proteiche, rendevano i frammenti più facilmente aggredibili dal calore. Su quest'ultimo punto si è innestata una particolare polemica in quanto, da parte di alcuni, si è tentato di attribuire la colpa di questa malattia non agli amministratori pubblici di destra, prima fra tutti il Primo Ministro Thatcher, che aveva accettato le richieste dei produttori per garantire loro un maggiore guadagno, bensì agli ambientalisti, che avevano denunciato il rischio connesso alla lavorazione con acidi inquinanti. Polemica sterile, essendo il giusto richiamo ecologista legato alla formulazione del prodotto usato e non al tipo di lavorazione. Per non inquinare era sufficiente cambiare il solvente con uno meno nocivo, oppure soprassedere alla produzione di farine di carne. Tra i primi provvedimenti vi è stato quello di vietare la vendita delle carni provenienti dai paesi maggiormente esposti, prima la Gran Bretagna e poi la Francia, quindi l'obbligo di asportare dai bovini le parti giudicate più a rischio, quali il cervello, le tonsille, il midollo spinale, e infine il divieto di utilizzare le farine di carne, prima solo per i ruminanti, poi per tutti gli altri animali d'allevamento. Questa malattia è un classico esempio di come si affrontano le emergenze sanitarie. Innanzi tutto, a distanza di più di quindici anni, non si conosce ancora bene il meccanismo con il quale il morbo si trasmette. E questo porta alla conseguenza che ogni misura intrapresa non può che rappresentare un semplice tentativo, non avendo, in realtà, certezze sui sistemi di trasmissione e sui metodi di difesa. A questo proposito occorre sottolineare che, mentre si tace sugli aspetti ancora aperti e poco chiari del problema, si insiste invece sulla sicurezza dei controlli e sulla garanzia di qualità che i prodotti di origine animale possono presentare. L'interesse del mercato sembra chiaramente prevalere sulla chiarezza e sulla verità scientifica. Le misure intraprese in seguito al diffondersi della malattia, in Europa prima e in altri continenti poi, sono essenzialmente il divieto di somministrazione di farine di carne, tuttora vigente nei paesi europei, nonché il divieto, nella fase acuta, di commercializzare carne la bovina dei paesi colpiti dalla patologia. Inoltre, si impone di asportare dalle carcasse bovine alcune parti considerate a rischio, come il cervello, il midollo osseo, le tonsille e parte dell'intestino. Le autorità non hanno ancora deciso se il bando rimarrà per sempre, e pertanto sono stati realizzati enormi depositi dove sono conferite le farine. Nasce così un ulteriore problema, perché nessuno controlla che quelle vegetali, fino a cinque volte più care di quelle di carne, non siano mescolate con le altre e somministrate agli animali, per ottenere un maggiore guadagno. Una ricerca pubblicata su Nature dimostrerebbe che i sospetti circa la capacità del sangue di ospitare l'agente infettante sarebbero giustificati. Si deve ricordare che, in base a questi sospetti, si erano vietati i prelievi di sangue da persone vissute in Inghilterra negli anni in cui non erano ancora in atto misure di precauzione nei riguardi di questa malattia. Ma, nonostante l'aggravamento del quadro infettivo, non si registra uno stato di maggiore allerta; il clima è piuttosto di arrendevolezza o di fatalismo, anche se le ultime scoperte richiederebbero verifiche e approfondimenti per garantire adeguate misure di prevenzione. Se infatti anche il sangue può essere infettante, siamo in presenza di una malattia che continua a non svelare tutti i suoi aspetti, e al momento attuale non è possibile stabilire con certezza se anche altri organi animali, oltre il cervello e i vasi linfatici, possano essere infettivi o se altre specie, quali suini o polli, possano essere colpiti e a loro volta trasmettere la malattia. Questi animali, infatti, vivono troppo poco per sviluppare una forma clinica o sub clinica visibile, e nessun laboratorio al mondo è riuscito finora a sviluppare un metodo di analisi sierologica in grado di evidenziare lo stadio iniziale, nel quale non esiste ancora un'alterazione evidente dell'organismo. È come se nell'Aids non fosse possibile evidenziare i sieropositivi, ma si dovesse ragionasse solo sui casi di malattia. Senza dimenticare che l'eventuale infettività del sangue renderebbe a sua volta infetti anche i muscoli e, almeno in determinate fasi della malattia, il latte e forse i formaggi. Vi è poi un'ulteriore notizia che riguarda la possibile moltiplicazione dei prioni a livello muscolare nei topi. Questa possibilità lascia irrisolta, anzi complica, la questione dell'agente responsabile. Si era infatti sostenuto che il prione fosse una proteina, e quindi non materiale DNA, che non essendo in grado di duplicarsi come tutte le proteine, adottava un metodo di trasmissione particolare, a domino. Cioè, le proteine ammalate, che hanno una configurazione spaziale diversa da quelle sane, quando entrano in contatto con quelle normali ne inducono la trasformazione molecolare. Questo presuppone, però, la non moltiplicazione delle molecole, ma solo la modificazione di quelle già presenti per aggirare l'ostacolo insormontabile del fatto che in natura per la moltiplicazione occorre la presenza di DNA. Una eventuale moltiplicazione di queste molecole al di fuori della matrice finora riconosciuta richiederebbe la riscrittura delle teorie fondamentali che stanno alla base della vita. Nessuno ha finora potuto sostenere pienamente questa ipotesi. Un fatto certo è che, a distanza di quasi un ventennio, non si è ancora trovato in modo inequivocabile l'agente causale. È difficile così prospettare in questa situazione un'ipotesi che sconvolge il sapere attuale senza poter fornire teorie complessive e credibili. Quest'ultima scoperta potrebbe cambiare di nuovo il nostro approccio alla malattia. Purtroppo sembra che le teorie rispondano a logiche di mercato, più che a logiche scientifiche. Dopo la scoperta della possibile moltiplicazione dei prioni nei muscoli, ci si è affrettati a sostenere che la ricerca sui topi non era estendibile agli altri animali (ma perché allora si finanziano le ricerche sugli animali, se poi non sono estendibili?) ma nulla si è detto per spiegare il mistero della presenza di prioni, molecole cerebrali, nei muscoli. Perché, se si ammette che l'agente infettante si è moltiplicato in un tessuto dove non esisteva, si deve ammettere che è intervenuta una evenienza che sconvolge tutte le teorie della vita fin qui note. A questo bisognerebbe aggiungere il fatto che si è trovato DNA bovino nelle carni di pollo, in Olanda, e quindi si avrebbe la prova che mangimi bovini, forse anche contagiosi, sono stati somministrati a questi animali. In verità queste ultime scoperte, la duplicazione a livello muscolare così come la possibile infettività del sangue, si possono giustificare, senza alterare lo stato delle attuali conoscenze, semplicemente ammettendo che la malattia si trasmette, come tutte le altre, tramite un agente infettivo, un virus in questo caso, che però, e qui sta il guaio, non è ancora conosciuto. Finché non sarà individuato non si potrà sapere con certezza come si trasmette, e neppure se le misure
precauzionali attualmente in uso siano sufficienti oppure no.
Inevitabilmente, il risultato di un simile atteggiamento sarà una sottovalutazione della situazione,
che significa offrire sicurezze più formali che sostanziali. Dal momento che le conoscenze sulla
diffusione e la patogenesi sono ancora incomplete, le misure intraprese rappresentano solo forme di
precauzione, che riducono il livello di rischio ma non possono eliminarlo, perché non incidono alla
radice della malattia, in gran parte ancora sconosciuta.
Per una vera sicurezza sarebbe necessario che le amministrazioni pubbliche investissero
maggiormente nella ricerca relativa. In Italia sono solo tre gli studiosi che vi si dedicano.
IL FUTURO? TRANSGENICO

L'allevamento industriale ha poi una ricaduta indiretta che non va sottaciuta. È noto che gli europei
sono piuttosto restii ad accettare i cibi geneticamente modificati. Per questo si sta cercando di
imporli nei mangimi animali. Infatti, pochi sanno che mais e soia modificati sono già ammessi nei
mangimi, con l'unica eccezione per l'allevamento biologico nel quale sono assolutamente vietati.
Poiché, come si è detto, circa metà dei cereali prodotti servono per alimentare gli animali, la
produzione di mais e soia modificati avrà, inevitabilmente, un grande impatto sull'ambiente.
Nel mais modificato, definito Bt ovvero bacillus thuringensis, si inseriscono geni di questo batterio
che conferisce resistenza alla piralide, pericoloso parassita di questo cereale. Soia e colza sono
invece trasformate per resistere a un potente erbicida, il glifosato, il defoliante arancione usato in
Vietnam. Il principio è il seguente: l'erbicida distrugge tutte le piante vegetali con cui viene in
contatto, eccetto quelle modificate per resistergli.
Le critiche si richiamano al fatto che le piante Bt possono lasciare geni nel terreno, per cui anche
altri vegetali potrebbero assumere la resistenza al parassita, generando un processo già visto con gli
altri parassiticidi che in breve tempo hanno determinato assuefazione negli insetti, rendendo
necessario incrementare via via le dosi o trovare sempre nuovi principi attivi. Questo succederà
inevitabilmente. Del resto, quelle che possono sembrare solo supposizioni sono già state confermate
da alcune ricerche. In una ricerca di Guenther Stotzky, biologo dell'Università di New York, si
dimostra che il mais geneticamente modificato definito Bt (Baccillus thuringensis) attraverso le
radici della pianta penetra nel terreno e vi permane per 25 giorni. Il ricercatore ammette che «le
conseguenze sull'ambiente risultano per ora imprevedibili» (12/99, «Nature»).
Gennaio 2002. Studio dell'Università di California pubblicato da Nature. In alcuni stati centrali del
Messico (Oaxaca e Puebla) si sta diffondendo una varietà di mais che incorpora DNA proveniente
da specie geneticamente modificate. Poiché questo mais si riproduce con maggiore velocità di
quello indigeno, è ragionevole temere che la specie modificata prenderà il sopravvento sulle specie
«criolle». Il mais arrivato come aiuto alimentare sarebbe stato utilizzato dai contadini per la semina
e in tal modo si sarebbe diffuso. Anche se alcuni sostengono che così si avrà la possibilità di
sfruttare il miglioramento genetico senza dover pagare le royalties, in verità i contadini messicani
dicono che, anche se più produttivo, il mais non è così dolce come quello locale e soprattutto e più
soggetto all'attacco dei parassiti.
Ottobre 2002. Una ricerca dell'Università di Nanjing in Cina ha dimostrato la capacità dei parassiti
di adattarsi, alla terza o quarta generazione, al cotone Bt geneticamente modificato per resistere al
parassita della bolla patogena per il cotone.
Le piante resistenti ai pesticidi seguiranno un'evoluzione simile a quella già vista per gli erbicidi
finora utilizzati. Come si sa, all'inizio i prodotti chimici attaccano e uccidono le piante infestanti,
ma con il tempo queste si adattano per cui diventano necessari nuovi principi, più potenti o di nuova
formulazione. Anche queste ipotesi sono già state confermate da riscontri scientifici.
Maggio 2000. Allarme della Commissione Europea. La colza modificata e autorizzata potrebbe
dare origine a una varietà più potente poiché, essendo la colza una pianta che ha molte erbe
infestanti della stessa famiglia, dall'unione di questa super colza con le erbe dette infestanti
potrebbe nascere un super ibrido resistente a tutti i pesticidi. I governi dei paesi dove questo è
accaduto hanno dovuto provvedere allo scorticamento e alla sterilizzazione del terreno.
Febbraio 2002. La soia transgenica è in grado di generare nuove sequenze diverse da quelle indotte
tramite ingegneria genetica. Nel maggio del 2000 la stessa Monsanto aveva notificato all'Acnfp,
l'autorità di controllo britannica che diede il permesso per la commercializzazione in Europa, di
aver notato sulla sua soia transgenica due sequenze genetiche nuove e impreviste rispetto al 1996,
anno della prima introduzione.
Sono false le affermazioni secondo cui con questo metodo si ridurrebbe l'uso dei prodotti chimici.
L'interesse delle imprese è quello di aumentare i consumi. E così difatti avviene, perché i dati
ufficiali di utilizzo del glifosato nelle coltivazioni OGM invece di diminuire dimostrano un
aumento, come ha dimostrato il Professore Benbrock in seguito ad una serie di rilievi sul campo.
Altro problema riguarda le conseguenze sulla biodiversità.
Come le monoculture hanno condotto alla morte di centinaia di migliaia di varietà di piante, il
processo sarà enormemente accelerato con le nuove piante transgeniche. L'erosione genetica è già a
uno stadio avanzato nella maggior parte dei Paesi. Già oggi, 10 specie vegetali, sui milioni esistenti
in natura, danno origine al 90% della produzione agricola; la ricerca biotecnologica aumenterà
questa tendenza, concentrandosi su un ridotto numero di specie, che saranno poi diffuse in tutto il
mondo. Inoltre, quando la selezione genetica aveva prodotto dei danni, come piante risultate poco
resistenti, il problema era stato risolto facendo ricorso al patrimonio genetico di altre varietà; con le
biotecnologie questo non sarà più possibile, perché le varietà meno produttive spariranno.
Le multinazionali diventeranno le proprietarie dei semi utilizzati nella maggior parte del mondo, e
saranno padrone dell'alimentazione di milioni di esseri umani. Cadrà anche la proprietà dei semi e
milioni di contadini nel futuro dovranno comperarli ogni anno, invece di produrli da se stessi.
In Italia, bisogna considerare anche la particolare situazione produttiva. Se, infatti, i vantaggi
derivati all'impiego delle biotecnologie sono connessi a un incremento di produttività del 6-7%, va
però sottolineato come la competitività del settore agroalimentare italiano sia legata, molto più che
a una crescita quantitativa, a una qualitativa, cioè alla tutela e valorizzazione dei caratteri di tipicità,
tradizione e qualità della nostra agricoltura. La concentrazione del know-how della ricerca
biotecnologica nelle mani di pochi, grandi gruppi industriali tende invece a limitare l'autonomia
degli agricoltori, a ridurne la capacità di scelta e il potere contrattuale.
Le riserve sull'utilizzo delle piante modificate per gli animali sono quindi molteplici, eppure di tutto
questo dibattito l'opinione pubblica non sempre è al corrente. Le multinazionali hanno addirittura
previsto un investimento di 100 milioni di dollari per campagne pubblicitarie di informazione per
favorire la diffusione del transgenico.
E mentre si ammette che la disinformazione è un fatto ormai pubblicamente accettato, il quotidiano
Guardian ha pubblicato, il 1 dicembre del ‘99, che la Food and Drug Administration americana ha
taciuto i dubbi e le perplessità legate ai pericoli degli OGM, che pure erano stati espressi dai tecnici
e dagli esperti, per non togliere mercato alle imprese interessate all'affare.
Non si può infatti sostenere che esiste una qualsiasi opera umana che sia perfetta: il rischio esiste
anche nelle situazioni di maggiore controllo; così è stato, ad esempio, per le esplorazioni spaziali,
così è stato per il nucleare, causa di disastri non solo in Russia ma anche negli ipertecnologici Usa,
basta ricordare l'incidente di Tree Mile Island.
La situazione è complessa in quanto non è ancora possibile coltivare soia o mais modificati in Italia,
ad esempio, ma si possono importare per immetterli nei mangimi, come di fatto sta già avvenendo.
Inoltre, può succedere che gli alimenti transgenici entrino in modo nascosto nella filiera. Ad
esempio: un sottoprodotto molto usato è il residuo del cotone che rimane dopo la lavorazione per
ottenere la fibra tessile. Ebbene, molto cotone è adesso transgenico e viene lavorato in Grecia. I
resti vengono importati in Italia per finire nei mangimi. Allo stato attuale non si può sapere con
esattezza se alimentarsi con queste sostanze darà o meno conseguenze negative. Alcuni segnali di preoccupazione non vanno trascurati. La ormai famosa ricerca di Arpad Pustay, che dimostrava la degenerazione del sistema immunitario nei topi nutriti con patate transgeniche, potrebbe far ipotizzare anche per gli animali alimentati con soia e mais modificati una diminuzione di difese immunitarie. Nel Febbraio 1999, Arpad Pustay del Rowett Institute di Aberdeen, con una ricerca finanziata dallo Scottish Office - il dipartimento per l'agricoltura scozzese - voleva determinare gli effetti delle patate transgeniche sui topi. Si è dimostrato che le patate manipolate riducono le difese immunitarie dei topi (Lancet, 10/99). Nel gennaio del 2001, ad esempio, in Usa si ammette di fatto che il mais transgenico fa male agli animali. Viene infatti inflitta una multa di un miliardo di dollari alla Starlink, perché le ispezioni federali hanno dimostrato che il mais transgenico immesso sul mercato nel 1999 e nel 2000 era tossico per gli animali domestici e poteva causare allergie agli esseri umani. Vi è poi un altro aspetto da considerare. Già si pensa di realizzare animali transgenici in grado di crescere di più. Due sono le linee di indirizzo che si intende seguire. Una linea è quella di introdurre i geni della crescita di specie diverse e di mole più grande di quella che si sta modificando; così, semplicemente, se si riesce a sostituire il gene della crescita di un topo con quella di un ratto, molto più grande, il topo OGM sarà sicuramente di mole somatica superiore. Nel campo degli animali domestici sono già stati proposti dei suini con geni della crescita di bovino, che raggiungono una mole e un peso decisamente superiori ai loro fratelli non modificati. Un altro indirizzo pensa di poter produrre l'ormone modificazione di appositi batteri modificati. In linea di principio il funzionamento prevedrebbe che i batteri modificati geneticamente producano l'ormone somatotropo dei bovini, dei suini, o di altre specie animali. Questi ormoni, che costerebbero pochissimo dal punto di vista della produzione, verrebbero poi inoculati ad animali normali, cambiando le specie, così quello di bovino verrebbe utilizzato per il suino, studiando il periodo migliore per tale applicazione. In questo modo si spera di raggiungere livelli di crescita molto superiori a quelli normali. Il vantaggio, rispetto al primo sistema, risiede nel fatto che diventerebbe più facile l'applicazione, ridotta a un ciclo di iniezioni. Tuttavia questa proposta, francamente, risulta inaccettabile almeno a livello europeo, in quanto si tratterebbe di una somministrazione di ormoni esterni all'animale, pratica da anni vietata nel continente. I pesci, al momento, risultano gli animali maggiormente sottoposti a queste trasformazioni. Un'altra strada percorribile è quella di creare incroci strani, ad esempio tra pecora e capra per avere un animale che sia rustico come la capra, che si accontenti di erbe meno pregiate e che abbia un pelo lanoso anziché ispido: cosicché si può pensare di avere una maggiore produzione di lana a parità di consumo, e chi alleva potrebbe ricavare maggiori introiti anche dalla vendita della lana che si aggiungerebbe alla carne e al latte. Lungo questa linea evolutiva si possono ipotizzare le soluzioni più fantasiose, come un bovino incrociato con geni che permettano anche a lui di produrre della lana, oppure animali incrociati con i cammelli che aumentino la loro resistenza alla sete, da usarsi appunto nelle zone desertiche. Ancora, vi è chi immagina di realizzare maiali che permettano la preparazione di prosciutti con minori quantità di sale per la conservazione, per ridurre il rischio sanitario legato a questo condimento ai consumatori finali, cioè le persone. Inoltre, si potrebbero trasformare altri bovini con i geni della razza chianina o delle bufale che contengono minori quantità di colesterolo. Si intravede l'eventualità di privare il latte delle capre di una sostanza, l'alfa esse uno caseina, utile per la caseificazione, cioè per fare i formaggi, ma senza il quale il latte di capra diventerebbe molto simile a quello delle donne, con l'evidente intenzione di fornirlo per l'alimentazione dei lattanti. Vi è poi chi pensa di creare veri e propri mostri. Pare, ad esempio, che alcuni studiosi siano riusciti a incrociare dei polli e trasformare le loro ali, oggi inutilizzate negli allevamenti industriali, in abbozzi di zampe, con evidenti ricadute pratiche perché si otterrebbe una parte più interessante, e con più carne, per la vendita, rispetto alle ali di basso valore commerciale. Rimane un dubbio di fondo a cui occorrerebbe dare una risposta, ossia: quale sarà il gusto di questi animali modificati per chi li mangia, e si può essere sicuri che saranno bene accetti dai consumatori? Non è facile prevedere quanto risulterà alterato il sapore delle carni di animali geneticamente modificati. La società attuale, in verità, ci ha insegnato che a tutto si può dare una risposta e, in ogni caso, si potrebbe cercare di condizionare il gusto delle persone. Come esempio, si può ricordare che attualmente le grandi società produttrici di alimenti già indirizzano gli acquisti verso prodotti sempre più elaborati e trasformati, tritati, omogeneizzati, già cotti, insaporiti, talmente modificati da non essere più riconducibili alla materia prima dell'intervento. Allo stesso modo si potrà eventualmente intervenire per i prodotti degli animali modificati, se per caso non dovessero piacere. Un'altra proposta è quella di creare animali che possano nutrirsi di rifiuti, ovvero sostanze non ascrivibili tra quelle alimentari. Si deve pensare che già adesso gli animali servono a riciclare notevoli quantità di sostanze che altrimenti finirebbero in discarica, ed è evidente l'interesse economico di poter usare materie di bassissimo livello qualitativo, che costerebbero anche proporzionalmente meno; rimane da vedere la reazione degli eventuali consumatori che si troverebbero nel piatto carne ottenuta dai rifiuti. Anche in questo caso, è difficile dire a priori che una alimentazione di questo tipo non avrà conseguenze negative per il fisico degli animali, magari in tempi più o meno lunghi, e non possa dare adito a malattie o forme patogene che adesso non si possono prevedere. Perché uno dei problemi che vorremmo segnalare è che le modificazioni indotte in tempi rapidissimi, rispetto a quanto avvenuto nella selezione naturale, non possono garantire circa le ricadute sugli organismi nel corso del tempo. Nonostante gli errori del passato, questo atteggiamento miope, incapace di guardare un po' più in là del futuro immediato e dei vantaggi a breve termine, continua a caratterizzare le scelte umane. Alimentare animali con i rifiuti potrà dare luogo nel futuro a forme patologiche non prevedibili, ma certo non è difficile indicare il cancro tra quelle possibili, essendo riconosciuto in campo medico scientifico che la maggior parte di essi nasce da forme di inquinamento, che in questo caso verrebbero direttamente ingerite dagli organismi viventi. Quanti dei residui tossici, o anche solo pericolosi o non commestibili, resteranno nel loro organismo che poi sarà a sua volta mangiato? E per i consumatori, quali possono essere le conseguenze? Come le potremo valutare e prevedere? Chi pensa di assumersi tale responsabilità? Ma qual è la contropartita di un rischio così alto? Solitamente i rifiuti costituiscono un costo per le imprese produttrici, di qualsiasi genere siano. Con questa soluzione si realizza un doppio guadagno, in quanto da un lato si risparmia sull'alimento, dall'altro si potrebbe chiedere un rimborso a chi deve in qualche modo smaltire i propri residui. A questo punto è chiaro che abbiamo a disposizione più domande che risposte. Del resto, anche se nel campo zootecnico le applicazioni biotecnologiche sono solo agli inizi, noi possiamo ragionare per estensione sulla base di quanto avviene per i vegetali, ambito nel quale le preoccupazioni si stanno dimostrando vere, e porci analoghi e fondati dubbi. Dobbiamo chiederci, forti dell'esperienza di «mucca pazza», cosa può accadere alimentando gli animali con i rifiuti, o anche solo con alimenti vegetali geneticamente modificati che, come dice la ricerca, già citata, di Antoniou, possono creare problemi di salute. Tutte le problematiche relative al consumo di vegetali, legate ai rischi di allergie, intolleranze e intossicazioni, devono essere tenute in debita considerazione. Allergie e intolleranze, com'è noto, sono legate al fatto che si possono introdurre, inconsapevolmente, con il cibo, sostanze verso cui l'organismo presenta, appunto, possibilità di reazioni pericolose. Il pericolo della tossicità nasce, come per i vegetali, dal fatto che la trasformazione può indurre nell'organismo la capacità di produrre sostanze tossiche per una alterazione del suo metabolismo, evento anche questo ipotizzabile e in un certo modo già verificato. Inoltre, dobbiamo ricordare che gli animali OGM possono trasmettere all'uomo i loro geni
modificati, e nessuno può escludere la ricombinazione con quelli umani. Le conseguenze sarebbero
ovviamente inimmaginabili. La ricerca in questione è stata pubblicata con il titolo di «Degradation
of transgenic DNA from genetically modified soya and maize in human intestinal simulations» ed
era di S.M. Martin-Orue, A.G. O'Donnel, J. Arino, T. Netherwood, H.J. Gilbert e J.C. Mathers;
British Journal of Nutrition, (2002), 87, 533-542. Lo studio dimostra - simulando cosa succede in
un intestino umano in cui transitano soia o mais geneticamente modificati - che il DNA modificato
inserito nella soia e nel mais può avere implicazioni sulla microflora intestinale. I batteri intestinali
possono cioè assumere DNA modificato dalle piante. In questo modo, potrebbero essere trasmessi
anche i geni che codificano la resistenza agli antibiotici. Una volta che il batterio sia diventato
resistente, può trasferire questa proprietà ai batteri patogeni rendendoli immuni agli antibiotici. I
batteri modificati, inoltre, possono passare da un essere all'altro.
Insomma, in questo campo, ma non solo in questo, sarebbe necessaria una maggiore informazione e
una maggior prudenza prima di passare dalla fase sperimentale a quella applicativa.
Intanto però una situazione è sotto gli occhi di tutti. In questo momento il mais e la soia modificata
possono essere utilizzati senza problemi nei mangimi degli animali, esclusi quelli allevati con
metodi biologici! Gli allevamenti intensivi diventano così il cavallo di Troia attraverso cui i cereali
geneticamente modificati entrano, già oggi, nella filiera dell'alimentazione, favorendo le strategie
delle multinazionali per l'introduzione surrettizia di questi vegetali. Un esempio noto è quanto
avvenuto nel 2003 in Italia, quando sono stati ritrovati migliaia di ettari seminati a mais transgenico.
In questo modo le multinazionali interessate possono introdurre di nascosto semi modificati per
anni, perché se alcuni vengono trovati non sarà così per tutti, e presentarsi quindi ai cittadini dopo
un certo lasso di tempo, affermando che le coltivazioni si sono fatte senza che si siano verificati dei
danni, chiedendone dunque la liberalizzazione.
Dal punto di vista dei consumatori, oltre alle problematiche relative proprio all'introduzione di
queste coltivazioni, vi è l'ovvia conseguenza che chi consuma carne di qualsiasi tipo, bovina, suina,
ecc. che non sia biologica, sa di alimentarsi con proteine che derivano da cereali geneticamente
modificati. Con tutte le possibili ricadute, che non sono adesso quantificabili, sulla salute della
persone.
Patologie animali e sicurezza degli alimenti

Cibarsi di prodotti ottenuti da animali che abbiano delle patologie, come è ovvio, può generare
problemi per la salute dei consumatori. Questo era già noto molti anni fa, e infatti da molto tempo i
prodotti di origine animale sono soggetti a controlli di tipo sanitario. Vi è chi pensa che le tradizioni
dei sacrifici animali, con la relativa offerta agli dei attraverso i sacerdoti, potesse rappresentare un
primo elementare momento di controllo delle carni in vista della loro salubrità. Lasciando stare le
tradizioni più o meno lontane nel tempo, si deve dire che oggi il pericolo legato a queste
problematiche si è molto ridimensionato, anche perché le attività di controllo nei confronti delle
malattie si sono sviluppate da molto tempo e il rischio è contenuto. Ben diverso è semmai il
discorso legato alle nuove patologie, a quelle forme che possiamo definire tecnologiche, legate alle
nuove pratiche di allevamento e di trattamento dei prodotti animali. In questa direzione si scoprono
non solo nuove forme, come la BSE di cui si è già parlato, ma anche la rinascita, se così si può dire,
di forme già conosciute, che hanno trovato nuova linfa per lo sviluppo dalle moderne tecniche
produttive.
Tra le forme che si possono definire storiche, l'unica che riveste una qualche importanza per la
sicurezza dei consumatori è la brucellosi o febbre maltese. Attualmente, quasi tutte le malattie
tendono a essere affrontate in campo zootecnico con la profilassi attiva, cioè non con la vaccinazione, ma ricorrendo alla soppressione di tutti gli animali che reagiscono sierologicamente, dimostrando di avere anticorpi di quella determinata patologia; oppure, come nel caso dell'afta epizootica, di quelli ammalati e di quelli contaminati, o anche solo semplicemente sospetti di contaminazione. Il problema della brucellosi o febbre maltese è che in alcune zone, soprattutto della Sicilia, vi sono ancora molti animali ammalati e che, di deroga in deroga, non si è ancora arrivati alla totale eliminazione di questo serbatoio di infezione. Può così succedere che commercianti e speculatori senza scrupoli vendano come sani questi animali, anche al di fuori della regione. Per quanto riguarda la carne consumata cotta non vi sono rischi sanitari, ma per il latte e le carni crude può esservi il rischio di contrarre la malattia, che non è assolutamente una forma leggera ma, anzi, può lasciare anche conseguenze durature. Un'altra malattia che continua, pur essendo molto antica, a dare preoccupazioni è il botulino. Il nome deriva dal latino botula, scatola, perché colpisce soprattutto i cibi così conservati. È dovuta a un batterio che vive in assenza di aria e che sviluppandosi genera ossigeno e anche un veleno potentissimo, tanto potente che ne è stata ventilata una produzione artificiale per azioni di terrorismo. Tra l'altro, il suo sviluppo provoca il rigonfiamento delle scatole, ragion per cui le scatole deteriorate, anche se non hanno sviluppato questo pericoloso agente batterico, devono essere eliminate. Le nuove malattie sembrano nascere soprattutto dalle nuove, così è stato, come si è ricordato sopra per la Encefalopatia spongiforme bovina poi detta anche «mucca pazza». Tra le nuove patologie ricordiamo che negli Stati Uniti è stato isolato per la prima volta nel 1982 l'Escherichia coli ceppo 0157:H7. È una patologia quasi asintomatica negli animali. La sua diffusione è stata facilitata dalle crescenti trasformazioni sociali e tecnologiche, come dice Erich Schlosser nel libro «Fast Food nation, il lato oscuro del cheesburger» (Marco Tropea editore, 2002). Negli Stati Uniti ogni giorno 200 mila persone sono colpite da intossicazione alimentare, 900 vengono ricoverate e 14 muoiono. Cioè, in un anno 73 milioni di persone vengono colpite, 310.000 circa ricoverate, e 5100 muoiono. Negli ultimi venti anni sono stati scoperti altri nuovi batteri Campylobacter jejuni, Cryptosporidium parvum, Cyclospora cayetanensis, Listeria monocytogens e i virus Norwalk-like. Certo, la vicenda si riferisce agli Usa, ma è indubbio che le stesse evoluzioni possono presto colpire il nostro paese, dal momento che i sistemi industrializzati sono uguali in tutto il mondo, come ha dimostrato la vicenda della «mucca pazza», che appunto si è diffusa ovunque vi siano allevamenti intensivi, ed è arrivata anche negli Usa che se ne credevano immuni. Possiamo attenderci l'arrivo di nuove patologie dovute non più, come un tempo, alla scarsità di conoscenze scientifiche, bensì alla manipolazione dell'uomo, allo stravolgimento indotto nei cicli di allevamento e in quelli vitali degli animali, ai trasporti sempre più globalizzati, alle nuove possibilità di incroci di germi batteri e virus con nuove e diverse specie animali. È il caso questo dell'influenza aviare. Anche se studi epidemiologici, fatti in epoche molto successive, portano a ritenere che il responsabile della famosa epidemia umana da «Spagnola» che aveva causato 50 milioni di vittime nel mondo e 20 nella sola Europa, fosse già un virus derivato dei polli, il dato certo è che negli ultimi anni l'influenza aviare ha colpito con cadenza annuale. La capacità di trasformarsi da virus dei polli in morbo umano viene stimolata dal fatto che il virus si trova a contatto con polli che, man mano, aumentano le resistenze individuali contro il virus, per cui esso, intrigando con gli anticorpi con cui si confronta, è indotto a modificare il proprio genoma. Questo processo è poi ulteriormente favorito e incoraggiato dal fatto che negli allevamenti industriali si somministrano molti antibiotici che aumentano le resistenze individuali, e dunque accrescono ancora l'attitudine alla mutazione del virus. Per dirla in parole non scientifiche, poiché in natura ogni vivente, compresi i virus, tende a salvare la propria specie modificandosi e adattandosi alla situazione, i virus sono indotti alla modificazione per permettere alla loro discendenza di sopravvivere. D'altra parte, è proprio per questo meccanismo che, ad esempio, i batteri non sono scomparsi dopo la scoperta della penicillina, che pure li distrugge. Il processo di trasformazione è favorito dalla concentrazione degli animali, che permette al virus di passare facilmente su molti soggetti. La situazione globale dei paesi dell'est asiatico, dove gli animali vivono a più stretto contatto con le persone, è un altro fattore facilitante. La stessa vicenda della «mucca pazza» è una indicazione molto esplicita del collegamento tra le tipologie di allevamento e le possibili patologie che possono nascere. Solo le tecnologie spinte hanno permesso il diffondersi di questa sindrome tra i bovini e poi ad altre specie, tra cui l'uomo. Essa, inoltre, può essere la precorritrice di nuove forme che nel futuro potrebbero essere originate proprio dalla somministrazione di sostanze non alimentari che gli animali sono però in grado di metabolizzare. Questo fatto potrebbe così non solo dar vita a forme pericolose per quanto riguarda possibili intossicazioni per gli animali e per i consumatori, ma anche generare nuove patologie finora sconosciute. In questo senso si può dire che l'encefalopatia spongiforme trasmissibile rappresenta una novità quasi assoluta, in quanto unisce i due aspetti che più devono preoccupare in tema di sicurezza alimentare, ovvero il controllo delle malattie del bestiame e quello della somministrazione di sostanze a rischio. L'alterazione dei sistemi di allevamento è alla base anche di un'altra forma patologica, l'aflatossina. Per approfondire il tema riportiamo alcuni dati da un articolo di Pierluigi Grande su «Medicina Democratica». Le aflatossine che si ritrovano con frequenza sempre maggiore nel latte bovino sono tossine, famiglia di più di 330 composti, prodotte da diverse muffe, perlopiù appartenenti ai generi Aspergillus, Penicillum e Fusarium. Sono sostanze ad azione tossica e possibile azione mutagena, che cioè inducono cambiamenti nel patrimonio genetico. Hanno dato anche vita a episodi di intossicazione acuta, come in Russia negli anni ‘40 e in Inghilterra dove, negli anni '60, furono interessati circa 100.000 tacchini e che fu descritta come malattia "X". Le più note e studiate sono le aflatossine prodotte dalle muffe Aspergillus flavus e Aspergillus parasiticus, che possono colonizzare sia le coltivazioni in campo, sia nel corso delle operazioni di lavorazione e conservazione. Contaminano prevalentemente il mais ma possono riprodursi anche su arachidi, leguminose, pistacchi e altri frutti secchi, semi di carote, soia. Le aflatossine conosciute fino a oggi sono 18, ma sono certamente più numerose, e quelle più importanti dal punto di vista tossicologico sono la B1, B2, G1 e G2 e le M1 e M2, riscontrabili soprattutto nel latte (M sta per Milk) degli animali come metaboliti delle aflatossine B1 e B2, trasformate attraverso un processo di idrossilazione nel fegato e nel rene. Il passaggio nel latte avviene per transito passivo e tende a crescere con l'aumento delle produzioni. Le aflatossine sono sostanze tossiche a livelli anche molto bassi e causano danni prevalentemente al fegato, e di seguito a polmoni, cuore e reni. Recentemente è stata dimostrata una correlazione tra la contaminazione da aflatossine delle derrate alimentari e l'elevata incidenza di epatocarcinomi e cirrosi epatiche. Si possono inoltre manifestare effetti immunodepressivi, teratogeni e mutageni, e tale ampio spettro di effetti è da far risalire alla capacità delle aflatossine di interagire con gli acidi nucleici cellulari. Non è sempre facile diagnosticare negli animali produttori di latte l'intossicazione, in quanto i sintomi di solito sono piuttosto generici e a volte l'intossicazione è quasi asintomatica. La mancanza di sintomi evidenti dell'intossicazione negli animali non permette di sospettare la contaminazione del latte, che diventa pertanto veicolo delle aflatossine per i consumatori. Le tossine appaiono scarsamente sensibili all'azione dei trattamenti termici subiti dal latte, e neanche la pastorizzazione costituisce un efficace strumento di protezione. Come al solito, l'Unione europea fissa, con il Regolamento 1525/98, come limite massimo per l'aflatossina M1 nel latte alimentare 50 ppt (50 miliardesimi di grammo per ogni chilogrammo di latte). Al proposito, ricordiamo che negli Usa il limite è di 500 ppt, cioè 10 volte più alto di quello
fissato dalla Ue.
Nei prodotti derivati vi è una concentrazione delle tossine, come dimostrano studi sul formaggio
grana, che hanno evidenziato un aumento di percentuale di aflatossina dal 3,3 al 3,7 dopo un anno
di stagionatura.
Per diminuire le problematiche si deve fare prevenzione a partire però dal motivo scatenante, cioè
una alimentazione eccessivamente ricca di cereali, specialmente di mais, che ne è la fonte primaria.
Ancora una volta, è la scelta dell'uomo di modificare le abitudini alimentari degli animali a causare
i problemi.
Quindi nel futuro ci si può ragionevolmente attendere che, più che dalle malattie già conosciute, ci
si debba difendere da quelle che saranno indotte dai nuovi sistemi di allevamento industrializzato.
La conservazione degli alimenti

I derivati di origine animale sono soggetti a facili alterazioni che possono dare luogo a conseguenze
gravi per la salute dei consumatori, ed è quindi normale che l'industria si preoccupi di proteggere i
cibi. La svolta degli ultimi decenni, però, è simile a quella avvenuta nel campo della produzione. Le
richieste presentate dalle aziende del settore sono per l'individuazione di sistemi che prolunghino
nel tempo la conservabilità e la commestibilità, per rendere sempre minori le perdite dovute allo
scarto degli alimenti rimasti invenduti prolungandone la «vita commerciale».
Sulla spinta di queste richieste, l'industria chimica opera alacremente per individuare molecole più
efficaci e metodiche che rispondano alla domanda. Ma esistono molte buone ragioni per
preoccuparsi delle conseguenze di queste scelte.
Uno dei sistemi più contestati, peraltro permesso in molti paesi europei ed extra europei, è quello di
irrorare con antibiotici i pesci, notoriamente poco conservabili, per aumentare il tempo di vendita
senza pericoli. Ancora una volta, il rischio è quello di aumentare la resistenza agli antibiotici,
secondo il meccanismo già illustrato in precedenza.
Nitriti e nitrati, come noto, entrano nella preparazione delle carni insaccate, specialmente suine, ed è
parimenti nota la problematicità legata al fatto che nello stomaco questi sali possono legarsi con le
nitrosammine, di cui si conosce l'azione cancerogena. Non preoccupa solo il fatto che nitriti e
nitrati siano permessi nelle carni insaccate, dove dovrebbero essere utilizzati in percentuali ben
precise, ma anche che possano essere mescolati in preparazioni non controllate, come le carni
macinate, in quantità e dosi che possono essere veramente pericolose.
Infine, l'evoluzione sicuramente più preoccupante è quella cui abbiamo accennato all'inizio: il
ricorso alle radiazioni ionizzanti con raggi x per la conservazione dei cibi, è già possibile negli Usa.
BENESSERE ANIMALE E BENESSERE DEI CONSUMATORI

Vi è un punto che merita particolare attenzione, anche se non è molto presente nelle discussioni
sulla sicurezza alimentare.
Il sistema produttivo attuale si basa su di un principio più volte ricordato: la massimizzazione del
guadagno da ottenersi con qualsiasi mezzo. Soprattutto nella pianificazione delle strategie, non
vengono mai considerati i bisogni dei principali protagonisti dell'allevamento, gli animali, che,
anzi, sono considerati e trattati come «macchine» a cui si chiede il lavoro di crescere e produrre.
Non è del tutto assurdo considerare il corpo come una macchina, in quanto le funzioni vitali
possono essere ricondotte a un funzionamento meccanico; tuttavia, trattandosi di esseri viventi e
coscienti - volente o nolente Cartesio, che li considerava solo automi – gli animali hanno anche una
psiche che può condizionarne le funzioni vitali, oltre a dare loro la capacità di soffrire. In altre
parole, da molti anni a questa parte è noto ai ricercatori che gli animali hanno la capacità di
accusare non solo i traumi fisici, ma anche traumi psichici tra i quali rientrano, ad esempio,
condizioni di allevamento lontane dalle loro abitudini naturali.
Tutto questo è tanto noto da aver dato vita ad una scienza apposita, l'etologia comparata, che studia
proprio i fenomeni legati alle condizioni dell'allevamento.
Negli allevamenti intensivi non si assiste più a episodi di traumi fisici procurati agli animali; questi
sono sottoposti, invece, a condizioni fisiologiche che inducono malessere e quindi stress. Le cause
sono principalmente le situazioni di sovraffollamento, le superfici non adatte, come il cemento per i
bovini e i suini o le griglie di reti per le galline ovaiole e i conigli, o ancora gli stalli troppi stretti
per i vitelli da latte. Il ritmo di vita innaturale, i mangimi troppo energetici, la coabitazione forzata e
ravvicinata di tanti soggetti, la privazione della luce solare diretta, sono altri elementi che generano
stress e sofferenza psichica.
Tutte queste condizioni potrebbero determinare crescite meno rapide di quelle desiderate, o anche
forme patologiche che influirebbero negativamente sulla gestione economica degli allevamenti.
A tutto c'è rimedio e, non potendo garantire una maggiore naturalità, si può ricorrere alle sostanze
chimiche. Tutti quei principi attivi, a partire dagli antibiotici per finire con le sostanze illegali che
sono state elencate in precedenza, hanno proprio lo scopo di garantire una rapida ed efficace
crescita degli animali, superando il loro stress.
Tutto questo porta a dire che la strada per garantire maggior sicurezza per i consumatori sarebbe
quella di cambiare i sistemi produttivi e garantire più naturalità agli allevamenti. D'altra parte, una
pubblicazione scientifica nord americana affermava di recente che una maggiore salubrità dei
prodotti di origine animale si sarebbe potuta ottenere semplicemente adottando il sistema toscano di
allevamento, cioè un allevamento basato sulla riscoperta dei bisogni naturali degli animali.
Insomma, la vera sicurezza delle persone, più che dalla chimica, nasce dal benessere degli animali
allevati.
LE STRATEGIE DEL CONTROLLO

Il quadro normativo

Le leggi riguardanti la materia costituiscono un volume assai rilevante. Occorrerebbero migliaia di
pagine per dare una informazione completa. Quello che però interessa di più i cittadini è il
funzionamento e l'efficacia di queste leggi. Il combinato disposto della legislazione detta un
insieme di regole che essenzialmente puniscono i comportamenti irregolari.
Per raggiungere questo obiettivo si punta soprattutto sui controlli e sulla severità delle leggi, con
risultati non sempre confortanti. Così, ad esempio, si consente l'utilizzo di moltissime sostanze che
l'industria di volta in volta propone, ponendo dei limiti quantitativi al loro impiego. In questo modo
diventa però quasi impossibile effettuare vere azioni di verifica, perché ciò richiederebbe un numero
eccezionalmente alto di controlli per ricercare tutte le sostanze che servono per l'alimentazione del
bestiame, in tutti gli animali macellati, in tutti i cibi vegetali. Di fatto, questo non è possibile.
Un esempio è quello della vigente legislazione sulle sostanze ormonali. In Europa vigono norme
molto rigide, che prevedono pene severe se si individua un animale trattato con tali sostanze. Per
motivi di democratico garantismo, però, è necessario individuare esattamente la molecola illegale
utilizzata; e questo, di fatto, garantisce l'impunità dei malfattori. Anche se l'osservazione degli
animali, nelle strutture industrializzate soprattutto, non lascia dubbi sul fatto che si continuino ad
usare sostanze stupefacenti, (gli animali presentano caratteristiche fisiche incompatibili con una crescita naturale) sono in continua diminuzione i casi di riscontro ufficiale di irregolarità. Così i controlli non fermano l'illecito ma, al contrario, vengono a costituirsi come garanzia di salubrità. Questo principio vale per tutte le possibili sostanze aggiunte fraudolentemente nei mangimi: con pochi controlli e strumenti inadeguati insufficienti, diventa pressoché impossibile perseguire l'illecito. Occorrerebbe cambiare indirizzo e adottare la soluzione che si è imposta a livello sportivo: l'illecito non dovrebbe più dare adito ad atti solamente penali, ma anche all'esclusione dal commercio del prodotto, da stabilirsi anche semplicemente in base al cambiamento delle caratteristiche di base dei prodotti, cambiamento indotto proprio dalla somministrazione di sostanze vietate. Così, ad esempio, la presenza di una quantità troppo elevata di acqua nelle carni dovrebbe comportare di per sé il ritiro della merce, anche senza che si sia rilevata la presenza di molecole proibite al loro interno. Come hanno notato gli statunitensi, i sistemi industrializzati generano molte problematiche sanitarie che si potrebbero semplicemente superare cambiando la tipologia di allevamento (sintetizzata nella formulazione di: «allevamento alla maniera toscana»). Il fatto è che solo i sistemi industrializzati possono garantire una produzione così elevata come quella oggi raggiunta. Per un decisivo miglioramento sarebbe necessario cambiare gli stili di allevamento degli animali e quelli di vita dei consumatori, a cominciare da scelte alimentari corrette. Oggi il gusto si è assuefatto all'evoluzione chimica imposta e non riconosce più i sapori tradizionali. A un vero cambiamento si può arrivare anche istruendo i consumatori a riconoscere determinate qualità organolettiche. Ad esempio, la carne ricchissima di acqua e troppo tenera non è certo sintomo di bovino allevato in modo naturale. Il problema è che molte persone ormai apprezzano di più i sapori chimici di quelli naturali. Il complesso normativo riguarda tutti gli aspetti legati alla produzione, commercializzazione, trasformazione dei prodotti di origine animale. Le leggi che riguardano la salute degli animali hanno il capostipite nel testo unico delle leggi sanitarie (TULS) R.D. 27 luglio 1934 n. 1265; più recentemente il testo principale è il dpr 352 del 1953, regolamento di Polizia veterinaria che si occupa delle malattie degli animali. Lo scopo è duplice: da un lato, impedire la diffusione delle forme morbose che possono danneggiare la zootecnia, dall'altro, far sì che animali ammalati non entrino nella catena alimentare. Dato il momento della sua stesura, il decreto originale ha richiesto una lunghissima serie di integrazioni: basti pensare che a partire dall'inizio dell'Encefalopatia Spongiforme Bovina, BSE, si sono avuti in media circa 30 decreti ministeriali all'anno su queste tematiche. Oggettivamente, sarebbe giunto il tempo di provvedere alla redazione di un testo unico che accorpi le norme esistenti e faccia chiarezza su quegli aspetti contradditori che il sommarsi delle norme inevitabilmente ha indotto. Sempre considerando che, comunque, l'evoluzione scientifica non permette una vita molto lunga per qualsiasi legge in argomento. Un altro complesso legislativo riguarda le norme che si riferiscono al trattamento degli animali e dei prodotti da loro derivati, a partire dalla macellazione, per passare alla preparazione e distribuzione non solo nei negozi di vendita, ma fino al momento del consumo nei locali privati o pubblici, ristoranti e mense. Infine, vi è un decreto legislativo, il D. L. 336 del 1999, recepimento delle Direttive Cee 96/22/CE e 96/23/CE, concernenti il divieto di utilizzazione di talune sostanze ad azione ormonica, tireostatica e delle sostanze beta agoniste nelle produzioni animali, nonché le misure di controllo su talune sostanze e sui loro residui negli animali vivi e nei loro prodotti. Sull'argomento è stata poi pubblicata una Circolare il 29 settembre 1999, n. 230. L'ambito di applicazione sono gli animali negli allevamenti, compresi i pesci dell'acquicoltura. Le sostanze di cui si ribadisce il divieto sono quelle ormonali, quali estradiolo, testosterone, progesterone, e molti altri; i beta agonisti, ad esempio clenbuterolo, cimaterolo, salbutamolo, per citarne solo alcuni. Se ne ammette l'uso terapeutico in casi ben precisi, solo nel momento della riproduzione, mai in vicinanza della commercializzazione per la produzione della carne. Altri principi attivi contemplati sono gli antibiotici, sostanze antibatteriche, compresi sulfamidici, chinoloni, antielmintici, coccidiostatici, carbammati e piretroidi, tranquillanti, antinfiammatori non tiroidei, altre sostanze esercitanti un'attività farmacologica, altre sostanze e agenti contaminanti per l'ambiente, composti organo clorurati, compresi PCB, composti organo fosforiti, elementi chimici, micotossine, coloranti e altri, non meglio specificati. Per evitare che queste sostanze entrino nella filiera alimentare si dettano norme che riguardano il sistema di commercializzazione, le sostanze ammesse e le sostanze vietate. In secondo luogo, si precisano le regole da seguire per le operazioni di controllo e vigilanza sulla materia, puntando sia sul pubblico, con i servizi veterinari delle aziende sanitarie, sia sull'autocontrollo, chiedendo ai proprietari e ai conduttori delle aziende agricole o degli allevamenti zootecnici di registrare tutte le sostanze che entrano nella catena alimentare come principali o come integratori. I controlli ufficiali si effettuano nella fase di fabbricazione delle sostanze previste dal decreto, in quella di produzione e distribuzione, durante l'allevamento degli animali e prima della trasformazione dei prodotti di origine animale, cioè la macellazione e le prime operazioni inerenti la stessa. I laboratori ufficiali previsti per questo sono i Laboratori degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali distribuiti in tutte le regioni. Naturalmente, si dettano le regole per il prelievo dei materiali da sottoporre ad analisi chimica per la ricerca dei residui irregolari, per garantire il produttore da eventuali irregolarità nel campionamento e per non rendere inutile, a causa di errori, l'operato del prelevatore. Le regole valgono naturalmente anche per gli animali d'importazione, anche perché si tratta del recepimento di una norma comunitaria. Le sanzioni prevedevano anche delle forme penali, ma il decreto è stato poi depenalizzato e quindi le sanzioni sono diventate tutte pecuniarie. Nonostante tutto, l'efficacia del decreto è molto relativa. Un primo elemento di criticità viene dalla strutturazione stessa del percorso che porta all'identificazione dell'illecito. Infatti, i prelievi negli allevamenti vengono fatti a campione, ovvero su di un certo numero di animali. Se si rileva un caso di presenza di molecole proibite, il campione stesso deve essere sottoposto a un secondo controllo. Se la positività viene confermata, si provvede a effettuare una campionamento statisticamente più elevato, almeno del 10 per cento dell'effettivo se questo è molto grande, altrimenti anche fino al 50 per cento. Questo percorso porta con sé delle conseguenze che ne indeboliscono la forza dissuasiva. Poiché i trattamenti illegali sono fatti a macchia di leopardo, cioè per gruppi di animali, il riscontro pratico è che la positività risulta sempre relativa a un solo animale, massimo due, nel corso della prima analisi. Prima di arrivare poi al campionamento successivo passa un certo lasso di tempo, quello cioè che intercorre dal primo prelievo alla prima analisi e quello che serve per il successivo. Quando si ritorna in stalla sono così passati da un minimo di 20-25 giorni fino a 30/40, il che questo fa sì che i livelli di presenza delle molecole negli animali siano ormai scesi al di sotto del limite massimo consentito. Così l'allevatore che ha compiuto l'illecito può presentarsi davanti al giudice e affermare che il riscontro non certifica un comportamento irregolare, bensì una variabilità individuale che in campo biologico è sempre possibile. In altre parole, si può affermare che di fronte a molti campioni effettuati solo uno è risultato positivo, e questo dimostra la buona fede del conduttore dell'allevamento. Inutile dire come questo atteggiamento sia il più delle volte accettato dal giudice, che deve giudicare in base non a preconcetti ma alle regole della giustizia, e la pregiudiziale di non colpevolezza senza prove certe rimane sempre valida. Occorre dire che, prima del recepimento, alcuni veterinari avevano già sollevato queste problematiche. Un altro punto di criticità è la quantità dei controlli. Le sostanze da ricercare sono divise in due categorie: categoria A, che comprende i principi ad
azione anabolizzante, ormoni beta agonisti, antitiroidei, steroidi e simili; categoria B, che
comprende tutte le altre molecole farmacologiche cui si riferisce il decreto, per esempio
antibatterici, sulfamidici e antibiotici, chinoloni, antielmintici, tranquillanti, antinfiammatori non
steroidei, ecc.
Per i bovini si prevede un prelievo pari allo 0,4 per cento calcolato sul numero degli animali
macellati nell'anno precedente, cioè 4 bovini ogni mille, di cui lo 0,25 per la categoria A, la metà
dei quali al macello, cioè 2,5 ogni mille, ovvero 25 ogni 10.000. Per la categoria B le quote saranno
dello 0,15%, cioè 1,5 ogni mille, ovvero 15 bovini ogni 10.000.
Naturalmente vi è una suddivisione in sotto categorie, per cui per gli antibiotici la quantità di
prelievi è pari al 30% dello 0,15, cioè 5 ogni 10.000.
Per i suini le quantità diminuiscono, per cui si prevedono prelievi pari allo 0,02%, sempre sul
numero degli animali macellati l'anno precedente, per la categoria A (ovvero 2 ogni 10.000) e
0,03% per la B (3 ogni 10.000).
Montoni e capre sono sottoposti a controllo con la percentuale dello 0,01% per la categoria A (1
ogni 10.000) e 0,04 per la B (4 ogni 10.000).
Per i polli da carne, galline a fine carriera, tacchini e altro pollame, il numero minimo di campioni
deve essere uguale almeno a uno ogni 200 tonnellate di peso morto. Calcolando che in media il
peso morto è sui 2,5 kg, si avrà un campione ogni 80.000 polli o altro pollame, campioni suddivisi
esattamente a metà tra categoria A e B. Per avere un'idea più complessiva, ciò significa 12 prelievi
ogni milione di polli macellati!
Le normative riguardanti le forme patologiche

Come detto nella fase iniziale del testo, si è avuta una profonda trasformazione delle strategie di
controllo per la garanzia della salubrità degli alimenti di origine animale. Fino all'arrivo della
zootecnia industriale la maggiore preoccupazione non erano i residui eventualmente presenti, bensì
le malattie quali possibili fonti di contaminazione e di intossicazione. Per questo, fino agli anni ‘60
le norme riguardavano principalmente le patologie.
Risale agli anni trenta, con il testo Unico delle leggi sanitarie (T.U.L.L.S.) n. 1265 del 27.7.1934, la
raccolta delle disposizioni contro la diffusione delle malattie infettive degli animali.
Successivamente è stato emanato il Regolamento di Polizia Veterinaria con Decreto del Presidente
della Repubblica (D.P.R.) 8.2.1954 n. 320. Entrambi i testi riguardavano il controllo delle malattie
degli animali, anche con il fine di allontanare dalla catena alimentare gli animali potenzialmente
pericolosi per la salute dei consumatori.
Dopo quella data non si sono più elaborati testi complessivi su questi temi ma si è preferito adottare
provvedimenti specifici per le diverse affezioni. In pratica, adesso, al testo originario si sono
aggiunti numerosissimi decreti del Ministero della sanità specifici per singole patologie.
L'inversione di tendenza si verifica intorno agli anni sessanta, con il primo decreto relativo al
divieto di somministrazione degli ormoni, emanato dall'Italia come primo paese in Europa ad
assumere un decisione di questo tipo. Da allora la parte relativa alla necessità di controllare, per la
salubrità dei cibi, non solo le patologie ma anche le sostanze estranee eventualmente presenti ha
assunto un ruolo sempre più importante. Oggi si può dire che i due aspetti condividono quasi al
cinquanta per cento le preoccupazioni delle autorità preposte, poiché alle malattie tradizionali si
sommano forme nuove, quali l'encefalopatia spongiforme trasmissibile, che richiedono di
mantenere sempre alto il livello di attenzione.
D'altra parte, anche forme conosciute da molto tempo, quali la brucellosi che può provocare
nell'uomo la febbre maltese, per colpa di colpevoli sottovalutazioni, quando non di comportamenti
illegali oltre che irregolari, ritornano periodicamente a creare problemi di salute pubblica.
Si può così sottolineare come sia necessario un approccio alla materia della salubrità che tenga ben
presente che entrambi i momenti, la salute degli animali e le tecnologie di allevamento,
rappresentano due diverse facce di uno stesso problema, ovvero che l'animale è un tramite tra un
cibo primario, i cereali, e l'uomo, e che tutto quanto crea problemi alla salute dell'animale si
estende ai consumatori.
Lo stato attuale comporta che i problemi sanitari degli animali generino conseguenze meno
preoccupanti per le persone, in quanto le attività di controllo nei loro confronti si svolgono a due
livelli, sia negli animali vivi, sia in quelli al macello, per i quali è prevista una visita sanitaria
individuale.
Ovviamente, non è corretto ritenere che tutto sia perfetto perché qualcosa, come si è detto, sia per
disattenzione sia per irregolarità, può sfuggire. Dal punto di vista sanitario, però, le preoccupazioni
maggiori vanno alle nuove forme patologiche, quali la BSE, «mucca pazza», le sindromi influenzali
dei polli e altre forme che al momento non sono conosciute o previste. Ma che sono però
ipotizzabili, perché le tipologie industriali di allevamento, con il grande sovraffollamento e la
moltitudine di individui che raggruppano, permettono ai virus di modificare la loro composizione
genetica e di allargare lo spettro delle specie che possono colpire. Proprio come l'esempio che ci
viene dai virus influenzali dei polli ci dimostra.
La comparsa di nuove patologie è quindi un evento altamente probabile legato ai sistemi di
allevamento, e un altro richiamo ci viene dalla vicenda dell'escherichia coli ceppo 0157:H57, che
negli Usa colpisce ogni giorno migliaia di persone.
Nei confronti di queste nuove malattie si agisce legiferando di volta in volta con appositi decreti
legislativi. Solo per la BSE, per citare un esempio, sono stati emanati in circa 10 anni ben più di 100
norme di vario genere, in ambito sia nazionale che europeo.
Le norme sulle macellazioni (d.l.vo 286/94 e d.l.vo 333/99) e sulla preparazione, distribuzione,
ecc., dei prodotti di origine animale.

Il corpo della normativa riguardante la fase che va dalla macellazione fino alla distribuzione del
cibo nei luoghi della ristorazione collettiva, passando attraverso tutta la filiera della distribuzione, è
veramente abbondantissima e si è ulteriormente arricchita con la legislazione europea. Ci troviamo
di fronte a un insieme di norme a cascata: dall'Unione europea la legislazione arriva fino alle
regioni. Il principio basilare su cui tutto si regge è lo stesso che regola il comportamento nei
confronti degli animali vivi. In Europa si ammette un certo numero di sostanze chimiche; si pensi
ad esempio ai nitriti e nitrati, pur riconosciuti come cancerogeni, ma ammessi sulla base del fatto
che se ne limita la presenza a livelli che sono ritenuti non nocivi, o non troppo nocivi, per chi
consuma i prodotti. Si ha quindi un complesso normativo che detta molteplici indirizzi.
Ci sono le norme relative alla realizzazione dei macelli, alle pratiche della macellazione e alla
conduzione di tutte le strutture che successivamente entrano nella filiera della commercializzazione
e della distribuzione della carne e degli altri prodotti di origine animale, naturalmente anche
prevedendo il comportamento da adottare nel caso in cui si evidenzino delle problematiche sanitarie
legate alle diverse patologie che possono colpire gli animali, o a quelle collegate a una cattiva
conservazione delle derrate.
Viene ugualmente regolata la presenza delle diverse sostanze chimiche che possono entrare nella
filiera.
In complesso, però, è fondamentale rimarcare come il punto fondamentale rimanga l'accettazione di
molte sostanze e principi attivi che da tempo sono entrati nell'uso delle industrie alimentari, senza
al momento tentativi da parte degli enti pubblici non solo di limitarne le quantità, ma proprio di
dettare indirizzi diversi eliminando quelli più pericolosi.
Autocontrollo

La soluzione degli ultimi anni, direttamente proveniente dagli Stati Uniti, si chiama
«autocontrollo», ovvero la predisposizione di linee guida che le industrie si impegnano a seguire,
registrando passo dopo passo le diverse azioni che svolgono, le condizioni ambientali e delle
apparecchiature tecnologiche. Ad esempio, indicando in ogni momento la temperatura alla quale
sono tenuti i prodotti alimentari.
In pratica, per ogni industria viene redatto un protocollo che indica tutto quanto avviene nelle
diverse fasi della filiera e che ci si impegna a rispettare. È la riproposizione in chiave moderna della
richiesta all'oste se il vino è buono, si potrebbe dire.
Questo sistema permette di diminuire fortemente l'impegno ufficiale per le attività di vigilanza, in
quanto si verifica che il piano di autocontrollo sia correttamente previsto, e solo saltuariamente si
effettuano controlli da parte del pubblico.
Questa metodica ha già evidenziato un grave problema, in quanto risulta utile alle grandi imprese
ma mette in difficoltà quelle piccole. Le aziende più grandi vedono ridursi il problema del controllo
ufficiale e inoltre possono agevolmente utilizzare uno o più dipendenti a questo fine. Le piccole
aziende, invece, sono molto spesso gestite da persone con poca preparazione che non sono in grado
di seguire le pratiche previste dall'autocontrollo, e che neppure puossono permettersi di assumere
un incaricato apposito.
Un'altra conseguenza è che queste e altre richieste finiscono per scoraggiare i piccoli proprietari e i
piccoli imprenditori, che preferiscono abbandonare l'attività, soprattutto quando sono in età più
vicina a quella della pensione. Oppure passano ad altre attività lavorative.
Nel futuro si può prevedere che sorgeranno società private che, su richiesta, si dedicheranno
all'autocontrollo. Come, del resto, succede già negli Stati Uniti, dove il sistema è attivo da tempo.
Come denunciano le inchieste indipendenti, quale quella che è alla base del libro Fast Food Nation,
in questo modo diventa però molto più difficile far rispettare le regole stabilite. Infatti, pensando al
sistema nel suo complesso, perché l'azienda che finanzia la società dell'autocontrollo dovrebbe
rispettarne le indicazioni, se queste fanno aumentare i costi e, nella logica aziendalista e
produttivista, le fanno perdere di competitività? Il sistema sta diventando talmente difficile da
gestire che tra gli addetti la sigla HACCP - acronimo che significa in inglese «controllo dei punti
critici di produzione» - viene tradotta in Have A Cape Of Coffee and Pray, prendi una tazza di caffè
e prega. Questo perché gli addetti all'autocontrollo sono responsabili della sicurezza dei prodotti, e
se in conseguenza della trascuratezza delle aziende insorgono problemi sanitari essi ne devono
rispondere.
In questo modo si sottolinea la difficoltà di imporre a livello privatistico l'adozione di misure per la
tutela della salubrità, che potrebbero però essere rigide per le aziende. D'altronde, è una realtà ben
conosciuta che le aziende private cerchino di tutelare i propri interessi riducendo i costi, e quelli
sostenuti per le garanzie sono conteggiati tra le uscite e non certo tra gli introiti. Anche se, in
termini di immagine, la sicurezza dovrebbe far da traino per la commercializzazione.
Altrettanto noto è il fatto che i produttori cerchino costantemente di abbassare i costi utilizzando
materie di minor valore e, perché no?, scarti a volte anche pericolosi, se ciò ingigantisce il
guadagno. In tutti questi casi, certamente, nessuno ha interesse a segnalare nel registro
dell'autocontrollo quello che avviene. Le supposizioni non sono campate in aria: sono anzi
preoccupazioni queste che troppo spesso si dimostrano vere. Così, per chi si ricorda ancora dello
scandalo della diossina, nessuno aveva mai segnalato nei propri verbali l'uso di una molecola
pericolosissima, cancerogena e anche mortale. Come nessun mangimificio ha mai segnalato l'uso
fuorilegge di farine di origine animale quando venivano usate in presenza di divieti normativi.
Analogamente, le segnalazioni che da più parti giungono di merce ritirata dal commercio per
sopravvenuta scadenza dei termini e poi rietichettata e rimessa in vendita, con un'azione che è
anche pericolosa per la salute dei consumatori, non trovano certo riscontro nelle documentazioni
ufficiali.
Insomma: così come chiedere all'oste se il vino è buono non è sempre la soluzione giusta per chi
vuole bere bene, l'autocontrollo si dimostra molto lacunoso nel garantire la salubrità dei cibi.
Gli organismi addetti al controllo

Tali organismi sono rappresentati essenzialmente da due categorie professionali: i veterinari
pubblici e i Nas, Nucleo Anti Sofisticazioni del Corpo dei Carabinieri.
I veterinari pubblici, in Italia, sono più numerosi che nel resto d'Europa, circa 5000 (solo 500 in
Gran Bretagna); quindi, ipotizzare di aumentare ulteriormente il loro numero sembra utopico.
D'altra parte, sono i numeri delle produzioni che rendono difficile il controllo, perché non basta
prelevare i campioni sul territorio, negli allevamenti o nelle industrie, se poi non vi è la possibilità
di analizzarli.
Una particolare attenzione va posta sul fatto che sempre più frequentemente sono i Nas che svelano
le irregolarità, e ci si potrebbe chiedere come mai questo avviene quando sappiamo esistere, in
Italia, una delle maggiori reti di controllo veterinario pubblico attive in Europa. Questo succede
perché i veterinari pubblici possono semplicemente fare ispezioni e vigilanza nei luoghi di
produzione, compresi prelievi di sangue ed urine agli animali, ma non possono ricorrere ad altri tipi
di indagini, quali pedinamenti e intercettazioni telefoniche, che invece sono utilizzabili dai
carabinieri. Solo con questi mezzi si possono individuare le pratiche illegali, perché le tecniche di
somministrazione agli animali hanno raggiunto una perfezione tale da rendere inefficaci le analisi
effettuate sugli animali. I pochi animali che presentano tracce di sostanze illegali sono esemplari
che, per un qualche problema fisico, non sono riusciti a metabolizzare i farmaci e quindi sono
individuabili. I sequestri effettuati, tuttavia, indicano che esiste un mondo sommerso di illegalità
che non si può ragionevolmente credere limitato ai pochi casi scoperti.
Per rafforzare l'apparato di controllo si deve pensare ad aumentare gli organici dei Carabinieri dei
Nas e dei laboratori degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali, che effettuano le analisi di
laboratorio, migliorando le loro dotazioni scientifiche. Le attività di controllo potranno però
soltanto frenare in qualche caso gli eccessi più evidenti, perché nell'insieme anche queste
valutazioni rafforzano il principio base che la vera sicurezza non può che nascere dal cambiamento
nei metodi di allevamento.
PROBLEMI SANITARI

L'attuale situazione non induce certo a particolare ottimismo, e del resto negli ultimi anni abbiamo
assistito a un aumento costante di problematiche sanitarie legate al mondo dell'agrozootecnia.

Salmonella - 1989
Nel 1989, in Gran Bretagna si scoprì che gran parte delle uova prodotte erano infette da
Salmonellosi. A Napoli, nel gennaio 1998 sono state sacrificate 4000 galline colpite da
salmonellosi.
BSE - Encefalopatia spongiforme bovina - Mucca Pazza - 1996
Non ancora risolta

Benché se ne parli meno, è una vicenda ancora in corso. È esplosa nel marzo del 1996. Abbattuti
2,6 milioni di bovini in Inghilterra, al 1999 più di 30 persone morte in G.B. Già 5 morti sospette
anche in Piemonte (a giugno 1999). Si prevedono almeno 230 mila morti tra i cittadini europei. Gli
stessi funzionari del Ministero della Sanità inglese dicono di non poter prevedere il numero totale
dei morti tra i cittadini in conseguenza di questa patologia (dicembre 1999).
Escherichia coli 1996-97
Tra il ‘96 e il ‘92, 20 persone sono morte e circa 400 si sono ammalate in Scozia per la carne di
hamburger contaminati da Escherichia coli.
Influenza dei polli 1997/98
Tra dicembre ‘97 e gennaio ‘98 tutti i polli di Hong Kong sono stati uccisi perché colpiti da
un'influenza che ha ucciso almeno 7 persone.
Mangimi alla diossina -1999
Il 2 giugno ‘99 scoppia lo scandalo dei mangimi prodotti con oli minerali che contenevano diossina.
Il problema era noto dal 26 aprile alla Comunità Europea, ma la comunicazione ufficiale risale solo
al 1 giugno.
La materia prima incriminata è prodotta da una piccola ditta belga, che l'ha poi diffusa alle ditte
produttrici ai mangimi, non solo belghe.
23.09.99 – Repubblica: «È pericolosa per l'utero la fettina giornaliera»
«Può aumentare del 70 per cento il rischio di fibromi».
Gennaio 2000 - Influenza aviare
Morti 5 milioni di polli e galline per colpa del virus dell'influenza aviare.
2.02.2000 - LA STAMPA: «Bloccata carne a rischio per le mense»
Cinque tonnellate di carne proveniente dal Belgio, a rischio di presenza di diossina.
18.02.2000 - Uova con antibiotici nei supermercati
Una inchiesta effettuata nei supermercati ha individuato delle uova normalmente in vendita
contenenti antibiotico, probabilmente in conseguenza delle massicce somministrazioni alle galline
per sconfiggere l'influenza aviare presente in Italia.
21.02.2000 - Liberation: «7 Morti per Listeria in Francia»
Il quotidiano francese Liberation denuncia che sono già 7 i deceduti, e 23 i colpiti, da una forma di
Listeriosi di difficile diagnosi. La causa viene ipotizzata o nel formaggio Blu, o nel pesce
affumicato, o in qualche altro prodotto di origine animale.
1.03.2000 - Carne Danese a rischio BSE venduta in Italia
Il Ministero della Sanità invita a ricercare carne danese proveniente da un allevamento in cui si sono
manifestati casi di BSE. La segnalazione arriva due mesi dopo la scoperta della forma morbosa in
Danimarca, e quando tutta la carne è già stata consumata.
Aprile 2000 - Prosciutti belgi alla diossina venduti in Italia
Una partita di prosciutti belgi alla diossina sono stati commercializzati anche nel nostro Paese.
Evidentemente, si tratta di carni rimaste nei magazzini ad attendere il momento propizio per la
vendita.
14.02.2002 – Repubblica: «Vitelli da latte a rischio anabolizzanti»
Il 20% dei vitelli da latte che arrivano al macello, secondo un'indagine della facoltà di veterinaria di
Torino, presentano residui di anabolizzanti.
25.03.2002 – Repubblica: «Stop ai polli all'antibiotico»
Nuove regole Ue per i mangimi: vietati 4 antibiotici utilizzati come auxinici.
Giugno 2002 - Antibiotico nei polli
Importati in Germania polli provenienti dal Brasile contenenti antibiotici furanici, vietati in Europa
e pericolosi per la salute umana
31.07.2002 - Ritirate 9.000 tonnellate di carne macinata per gli hamburger, contaminata da
Escherichia coli.
Istamina (tuttora attuale)
È una sostanza che può essere mortale nell'uomo. Si trova frequentemente nei pesci mal conservati.
Sono già stati accertati diversi casi di mortalità fra i consumatori.
31.01.2003 - Nitrati e solfiti nella carne macinata
Un controllo a sorpresa effettuato in macellerie piemontesi ha rilevato la presenza di nitriti e solfiti
nelle carni macinate per mantenerne il colorito rosso vivo e cancellare gli odori sgradevoli causati
dalla prolungata conservazione. Così si poteva riciclare il macinato anche quando era in cattivo
stato di conservazione. Peccato che i nitriti siano vietati e anche cancerogeni in quanto si mescolano
alle ammine che si trovano nello stomaco, diventando nitrosammine riconosciute come sicuramente
cancerogene.
23.04.2003 - Il Manifesto: «Peste dei polli in Belgio e Olanda. Morto un veterinario»
Migliaia di polli sono stati abbattuti per il diffondersi della peste aviare. Questa può causare anche
lievi congiuntiviti nelle persone. Un veterinario, però, che non ha assunto il farmaco prescritto per
chi viene in contatto con questa forma morbosa, ne è stato colpito in modo grave ed è morto.
Giugno 2003 - The Guardian: «Scandalo dei polli inglesi»
Lo scandalo consiste nell'utilizzo della chimica per aumentare il contenuto di acqua delle carni.
Iniettando acqua, proteine di bovino e suino, e un mix di pelle, cartilagine e grasso proveniente dai
più disparati animali, si riesce ad aumentare il contenuto di acqua fino al 55%. Ciò è però
perfettamente legal,e perché la Ue permette di aggiungere avanzi della lavorazione di altre specie a
patto che in etichetta compaia l'oscuro termine «proteine idrolizzate». In seguito allo scandalo il
commissario vorrebbe non vietare la pratica, ma cambiare le regole dell'etichettatura e aggiungere
se si tratta di pollo naturale o di uno con acqua aggiunta.
10.07.03 - Il salvagente: «L'impatto pesante degli antibiotici»
La Ue conferma che il consumo medio annuale di antibiotici è di oltre 12.500 tonnellate, una parte
importante delle quali non vengono metabolizzate dagli organismi umani e animali, ma si spargono
nell'ambiente. Le ricerche hanno dimostrato la presenza di antibiotici nelle acque residue
municipali e nei rifiuti agricoli, anche se le acque residue sono sottoposte a trattamento nei
depuratori, perché alcune tecniche utilizzate non sono in grado di eliminare completamente tutti i
composti.
16.07.03 – Sotto sequestro ventimila tonnellate di pesce vivo
I Nas di Brescia hanno scoperto la presenza di antibiotici cancerogeni illegali usati per
l'allevamento del pesce.
Settembre 2003
Sequestrate migliaia di tonnellate di carne conservata in Francia perché contaminata da Botulino. Il
Clostridium botulinum è un germe parente del tetano che si sviluppa in condizioni anaerobiche, cioè
in mancanza di aria, e produce una tossina mortale. Per inciso, avrebbe dovuto essere una delle armi
chimiche possedute dall'Iraq. Prende il nome dal latino «botula», scatola, perché è una malattia che
si sviluppa più facilmente nei cibi conservati.
Ottobre 2003
Rilevati problemi sanitari nelle confezioni di carne di cavallo, dovuti all'assorbimento di gas
carbonico usato nel confezionamento aromatizzato, riconosciuto come velenoso. Sequestrate
notevoli quantità di merce.
Ottobre 2003
Rischio funghi nel latte, controlli nelle stalle. Rilevata la presenza di aflatossine nel latte
proveniente dal Piemonte. Le aflatossine sono tossiche e cancerogene, tuttavia permesse entro certi
limiti, in questo caso superati. L'annata siccitosa avrebbe favorito lo sviluppo delle muffe nel mais
conservato che sarebbero poi passate ai bovini attraverso l'alimentazione. Come ammette anche lo
stesso presidente della Coldiretti: «L'inquinamento da muffe del mais sta aumentando anche nelle
annate normali. »
16.11.03 - La Stampa: «Pesci alla diossina»
Il Pm Raffaele Guariniello ha disposto controlli sui pesci d'allevamento dopo la segnalazione
relativa alla presenza di sostanze nocive, quali diossina e Pcb, in questi animali.
12.11.03 - La Stampa «Telarca nei bambini»
Seno precoce: dall'inizio dell'anno le segnalazioni sono salite a 200.
Il telarca, sviluppo del seno in età infantile, continua ad aumentare. Il fenomeno è in crescita, ma si
continua a ricercare solo in poche situazioni, come in Piemonte. E nelle altre regioni?
15.01.04 - Influenza dei polli in Vietnam
La Cina ferma le importazioni.
L'epidemia di influenza aviare che colpisce i polli si è sviluppata in Vietnam, Corea del Sud e
Giappone, provocando la morte di tre persone nella regione di Hanoi. Da sempre è noto che
l'influenza aviare può colpire, quando causata da alcuni ceppi virali, anche le persone. Il virus in
causa è l'H5N1.
Il giorno successivo viene corretto il numero delle vittime, che risulta essere di almeno 7.
Marzo 2004 - Inquinamento da mercurio
Si suggerisce alle gestanti di non cibarsi di troppo tonno, sia fresco sia in scatola, come di altri pesci
di rilevanti dimensioni, per evitare di accumulare troppo mercurio di cui questi tipi di pesci sono
ricchi, in quanto lo accumulano nel proprio corpo cibandosi di pesci più piccoli che lo contengono.
Nel mondo…
Gli Stati Uniti, che anticipano ogni sviluppo futuro del sistema produttivo del mondo
occidentalizzato, stanno ancora peggio. Qualche anno fa un'epidemia da latticini contaminati colpì
225 mila persone.
Le infezioni da sierotipo 0157:H57 del batterio Escherichia coli con enteriti emorragiche sono
frequenti e la mortalità è molto alta.
LE ILLEGALITÀ – IRREGOLARITÀ

Gli alti interessi economici legati alla zootecnia industriale, e gli aiuti comunitari per migliaia di
miliardi, hanno attirato da tempo gli interessi della malavita, che realizza alcune specifiche
illegalità, in Italia come in Europa. Si tratta di evenienze ripetutamente oggetto di indagine della
magistratura.
Vi sono truffe sui contributi europei, realizzate falsificando l'identificazione degli animali e
cercando di incamerare più di una volta lo stesso valore economico. Così pure, è molto frequente la
truffa dell'IVA, che consiste nel produrre fatture false di commercio per scaricare la percentuale
dell'IVA senza versarla alla fiscalità pubblica.
Queste irregolarità confermano la problematicità dei controlli, in quanto tutti gli addetti alla
vigilanza, compresi i servizi sanitari, dovrebbero rilevarle, trattandosi di truffe non solo economiche
ma che rappresentano un potenziale pericolo sanitario (se il bovino non è quello segnalato, può
essere introdotto surrettiziamente in suo luogo un animale ammalato). Purtroppo, è difficile
impedire il malaffare quando i commerci sono tale entità.
Testimonianze di irregolarità

Furti e controlli - Nel corso del 1998, nel solo Piemonte sono stati rubati più di mille bovini.
Questo dimostra come, nonostante i controlli, esista ancora una vasta zona di mercato del bestiame
totalmente a rischio, perché, se i controlli non fossero aggirabili, non servirebbe a nulla rubare un
bovino non commercializzabile. I furti testimoniano proprio l'impossibilità di controllare tutto il
mercato degli animali e della carne.
Dicembre 1996
La magistratura di Pinerolo indaga sulla falsificazione degli orecchini di identificazione dei bovini.
Quello che si sospetta è che la contraffazione serva non solo ad evadere l'IVA, ma anche a
mascherare la vera provenienza degli anima1i.
27.12.1996 - La Repubblica
«Caccia nei supermarket» per il ritiro dal mercato francese di dieci prodotti di due grandi aziende
francesi a base di carne di manzo. La preparazione di questi prodotti è avvenuta prima dell'embargo
della carne bovina inglese, e quindi con una materia prima a rischio.
Dicembre 1996 - Il Salvagente
Le stesse conclusioni della Commissione Europea ammettono che l'embargo ha funzionato solo in
parte in maniera molto insufficiente.
2.02.1997 - La Stampa
Scoperto un traffico illecito di bovini: gli animali risultavano diretti all'estero; invece andavano a
Modena e rifornivano il mercato italiano. Il guadagno proveniva dal recupero dell'IVA che non
veniva versata.
Marzo 1997 - Diario
Gianni Tamino, Europarlamentare: «Le frodi in frontiera per quanto riguarda la carne sono al terzo
posto dopo quelle di tabacchi e alcolici. Si tratta di un giro d'affari consistente, che riguarda sia
anima1i vivi che carne già macellata. È un traffico che coinvolge tutta l'Europa e colpisce il nostro
paese in modo grave. Non solo evidentemente per le carni, ma in tutto il campo dei transiti doganali
vi è una serie di frodi che sono gestite dalla criminalità organizzata».
03.07.1997 - La Repubblica: «Mucca pazza, allarme per traffici illegali»
Un quantitativo non determinato, ma comunque ingente, di carne proveniente dalla Gran Bretagna è
stato immesso con marchi contraffatti sul mercato europeo e su quello extra comunitario. Da notare
che, una volta che i timbri sulle partite di carne sono contraffatti, il carico di contrabbando può
facilmente prendere qualsiasi direzione.
1.10.97 - L'Unità
Il Ministro dell'Agricoltura britannico, Jack Cunningham, ha smentito con una lettera alla
Commissione Europea le affermazioni sull'export illegale di carne bovina britannica, attribuitegli
dal settimanale francese «Journal du Dimanche». Naturalmente, le smentite non sempre sono
totalmente vere, se il portavoce della Comunità stessa, nello smentire si è affrettato a dire che:
«Resta una preoccupazione costante il rispetto dell'embargo».
20.03.1998 - RAI TG 3 Regionale, ore 22,30
«Rubati in Piemonte 500 vitelli dal novembre 1997 al febbraio 1998».
In tutto il 1999 nel solo Piemonte sono più di 1000 i bovini rubati e poi rivenduti irregolarmente.
29.03.1998 - The Guardian
«Spariti 49.000 bovini inglesi destinati all'abbattimento a causa della BSE».
13.06.1999 - Lo scandalo della Coca Cola
Ritirate dal mercato 15 milioni di bottiglie e di lattine.
17.07.1999
Sequestrato pesto contenente listeria servito in una mensa scolastica torinese.
1.12.1999
Gonfiavano con l'acqua i prosciutti per i bambini. Scandalo mense a Milano, nuova ondata di
arresti.
Dicembre 1999
Quasi tre tonnellate di carne a rischio per la BSE proveniente dalla Danimarca è stata consumata
prima che scattasse l'allarme.
Gennaio 2000 - La Stampa
Trovate in un macello della Regione Piemonte carcasse bovine non identificate. La domanda che
tutti si pongono è: da quanto era attivo il traffico? In secondo luogo: perché, se i controlli sono così
efficaci, continuano a essere possibili tali truffe?
4.02.2001 - Frode in commercio, indagata la Cremonini
Per verificare la veridicità di uno slogan: «Le nostre carni hanno le carte in regola».
4.11.2001 - Liquami e carcasse sulle rive del Maira
I resti di mille suini sotterrati da una palude di letame vicino al fiume.
12.04.2000 - Scoperto in Sicilia traffico illegale bovini ammalati
Bovini affetti da patologie per le quali è necessario procede all'abbattimento (brucellosi) venivano
commercializzati come sani.
19.11.2001 - Stroncato lo spaccio degli anabolizzanti per animali
Ventidue arresti tra la Lombardia e la Spagna per fermare l'organizzazione che fabbricava in un
laboratorio clandestino i farmaci destinati a gonfiare la carne degli animali da macello.
30.08.1999 - La Repubblica
Secondo la Confagricoltura ogni anno vengono rubati, nel solo nord, bovini per un valore di trenta
miliardi di lire.
Giugno 2001
Trovati farmaci abusivi per allevamenti bovini: più di 9000 confezioni di medicinali.
19.11.2001
Quindici persone coinvolte in un'inchiesta sullo spaccio di ormoni e anabolizzanti per animali.
Il traffico si svolgeva tra Lombardia e Spagna.
31.07.2002 - Ritirate negli Usa 9.000 tonnellate di carne macinata di bue contenente il batterio
Escherichia coli 0157:H7.
Novembre 2002
Trovata carne sospetta nell'avellinese

Carcasse di animali morti e ammalati finivano nel circuito di normale distribuzione.
Gennaio 2003 - Scoperto traffico illegale di carne
Si vendeva come sana la carne di animali infetti di tubercolosi e brucellosi, nel napoletano. Inoltre,
risulta un traffico di 4000 mucche fantasma, alcune macellate tre o quattro volte, il tutto per
speculare sugli aiuti economici comunitari.
Febbraio 2003
Rapporto annuale dei Nas, Nuclei anti sofisticazione dei Carabinieri. Si rileva un traffico di bovini
che entrano clandestinamente in Italia, e risultano contemporaneamente vivi e macellati.
Febbraio 2003
Rapporto Zoomafia della Lav, Lega anti vivisezione: 20 mila furti di bestiame nel 2001, con 25
milioni di euro di guadagno per le zoomafie grazie ai capi rubati. 39 arresti per la cupola del
bestiame.
23.05.2003 - Carne agli ormoni
Olanda: eliminati 50.000 maiali. Gli allevatori olandesi distruggeranno 50.000 maiali perché i test
per controllare se i mangimi sono stati contaminati da un ormone costerebbero troppo. Molti
allevamenti olandesi hanno ricevuto partite di carne contaminata con medrossi progesterone acetato
(Mpa), un ormone che mette a rischio la fertilità dell'uomo e che in Europa viene usato a scopi
terapeutici.
L'Unione Europea ha confermato che gli allevatori potranno macellare i loro animali a determinate
condizioni. Ma 27 allevamenti hanno ritenuto che il costo di 200 euro per controllare ogni maiale è
troppo elevato e hanno quindi deciso di eliminare 50.000 maiali. La vicenda ha interessato undici
paesi, tra cui l'Italia.
17.02.2004 - La Repubblica, La Stampa.
Anabolizzanti e antibiotici nella carne
23 persone in carcere, 26 agli arresti domiciliari, altri 44 indagati, tonnellate di ormoni, antibiotici
sequestrati; tra gli altri: cloramfenicolo, dimetridazolo, furaltadone, furazolidone, 17 beta estradiolo
e 17 beta boldenone sintetico. In totale, una lista di 42 prodotti. I prodotti vietati arrivano da paesi
stranieri.
Il Manifesto – 24.03.04 - Vongole tossiche
Un'inchiesta sul commercio delle vongole veraci ha portato all'arresto di cinque persone. Le
vongole, infatti, sono risultate tossiche perché raccolte in aree non consentite della laguna
veneziana. La stessa inchiesta aveva già portato in carcere, nel 2002, ventitré soci della
cooperativa ittica Nettuno di Chioggia (Venezia). La cooperativa, secondo quanto emerso dalle
indagini, faceva figurare che il prodotto proveniva dalla zona data regolarmente in concessione
alla Nettuno, fornendo ai centri di depurazione e spedizione dei mitili anche falsa
documentazione sanitaria. In questo modo, le vongole pescate in acque inquinate venivano
sottoposte ad un ciclo di depurazione insufficiente, ed immesse sui mercati con caratteristiche di
altissima nocività. Tutto questo per un guadagno di circa 14 milioni e mezzo di euro.
26 Marzo 04 – Inghilterra – polli reitichettati.
Scoperta una frode consistente nel ritiro di polli che avevano la data di scadenza che però venivano
rietichettati spostando la data più avanti, non una sola volta ma anche due tre. Così il consumo
poteva avvenire anche dopo 30 giorni dalla macellazione. La carne non dava segni di
deterioramento eccessivo evidentemente perché il contento in antibiotici e altre sostanze chimiche
costituiva un elemento di conservazione.
Aprile 04 business zoomafie tre miliardi all'anno.
Combattimenti tra cani, corse di cavalli
truccate, importazione illegali di animali esotici. Grande preoccupazione per l'aumento dei dati
relativi alla macellazione clandestina e al traffico di carne, la cosiddetta "cupola del bestiame" è
implicata in reati che vanno dalle truffe al taffuico ilegale di medicinali.
4 GIU 2004 AGRIGENTO. 38 mila capi di bestiame, bovini, ovini e caprini, non censiti
all'anagrafe veterinaria sono stati sequestrati dalla GdF di Agrigento. Per oltre 2.700 animali, affetti
da brucellosi e tubercolosi, e' stato disposto l'abbattimento. Saranno distrutti anche i prodotti caseari
realizzati con il loro latte. I controlli sono stati compiuti in 209 allevamenti di 23 comuni della
provincia di Agrigento.
2004-06-04 - 08:02:00 (ANSA)
giugno 04 . latte adulterato. Nel bresciano si trattava latte scaduto con acqua ossigenata e altri
ingredienti chimici e lo si rimetteva in vendita.
10.07.04 Vongole inquinate
Quintali di vongole sono state sequestrate a Chioggia perché allevate in una zona altamente
inquinata. Altro caso dopo quelle di marzo. Evidentemente si continua a pescare in zone proibite.
27 LUG (ANSA) – diossina nei polli –
Montagna in Valtellina (Sondrio),- un allevamento di polli e' stato posto sotto sequestro dall'Asl di
Sondrio che, durante i controlli preventivi di routine, ha rilevato tracce di diossina di poco superiori
alle norme vigenti. L'azienda avicola, la cui produzione e' stata immediatamente bloccata, almeno
per il momento, si trova a Montagna in Valtellina. La notizia e' riportata oggi sul quotidiano locale
'La Provincia'. Dopo i controlli, le uova prodotte sono state subito distrutte, mentre si deve ancora
decidere il modo con il quale dovranno essere soppressi gli animali risultati contagiati. Secondo i
primi accertamenti, l'origine del contagio sarebbe da riscontrare nella lettiera in legno sulla quale si
trovavano i polli: il legno a contatto con parte del mangime sarebbe all' origine del fenomeno. I
tecnici dell'Asl hanno informato la procura di Sondrio. (ANSA).
3 agosto 04 maialetti importati dall'Olanda in Sardegna per essere venduti come tipici.
Un carico di 400 maialetti bloccato ad Olbia. Si tratta di soggetti scartati dagli allevamenti intensivi
per forme patologiche e che vengono venduti in Sardegna dove sono riciclati come tipico
porcellino. Gli animali viaggiano in numero superiore al previsto senza le soste regolamentari senza
acqua e senza cibo. Gli allevamenti radunano gli animali di scarto e poi li inviano tutti insieme. Per
i consumatori c'è il rischio di assumere antibiotici e altri farmaci che sono stati somministrati nelle
stalle di origine. Il sospetto è che per un trasporto individuato molti altri passano senza essere
fermati infatti è lecito supporre che si tratti di un commercio ben avviato.
Agosto 04. Tipici maiali sardi provenienti dall'Olanda. il Nucleo operativo ecologico dei
Carabinieri,Noe, ha scoperto che 400 maialini erano stati importati dell'Olanda per essere venduti
come tipici maialini da latte sardi. Notare che i maiali sono venduti piccoli sono gli scarti dei grandi
allevamenti industriali.

Ottobre 04 . Carcasse di maiali sepolte nella terra.
Rischi di inquinamento delle falde acquifere
del Pellice. Scoperte cinque fosse comuni dove venivano sepolte carcasse di maiali morti di malattia
Aprile 05. altro scandalo di sofisticazione di latte. Una organizzazione criminale produceva latte
allungandolo con acqua sale e altri prodotti per ottenere guadagni illegali. Frode scoperta con
intercettazioni telefoniche e ambientali.
Ottobre 05 Il salvagente – Lav
Analizzati dieci polli interi acquistati normalmente. In 4 trovati resti di antibiotici pericolosi per la
salute umana. Vedi anche cronologia sui problemi sanitari.

Dicembre 05 –scandalo uova marce .
I Nas sequestrano tonnellate di uova marce e posto sotto sequestro diverse aziende. Le uova marce
venivano trasformate in polvere d'uovo per prodotti industriali a base d'uovo: pasta, dolci, ecc.
Queste aziende, acquisivano da altri imprenditori, uova marce classificate come rifiuti speciali, e
dopo averle trattate con cloro e altre sostanze chimiche per nasconderne il puzzo ed abbatterne la
carica batterica, le rivendevano come ovoprodotto destinato alla produzione per l'alimentazione
umana.
Tutto veniva macinato (gusci, spore e sporco sui gusci compresi), pastorizzato, corretto con
sostanze chimiche il cui uso e' proibito nell'alimentazione umana e quindi venduto, come
ovoprodotto ad altre aziende che lo impiegavano per la confezione di pasta, prodotti da
forno, basi per gelateria e molto altro. Le indagini dei NAS sono durate due anni, nel corso dei quali
le abitudini criminali di queste aziende, con ramificazioni in altri stati europei, hanno prodotto e
smerciato tonnellate di ovoprodotto.
30 01 06 Dal Belgio maiali alla diossina a rischio i prosciutti non Doc
L'Italia si rifornisce negli allevamenti del Nord Europa

31 01 06 – carne deteriorata utilizzata in Germania per la produzione di insaccati e Wurstel.
Il ministro bavarese per l'Ambiente e la Difesa dei consumatori, Werner Schnappauf, ha definito la
vicenda "uno scandalo di grandi dimensioni" e ha espresso il timore (sic!) che partite di carne non
commestibile siano gia' state distribuite nel resto della Germania e anche all'estero sotto vari
marchi. In Italia, naturalmente non si fanno nomi, anzi si cerca di parlarne il meno possibile, ma
dalla Germania ci fanno sapere che la carne avariata, in certi casi secondo la definizione degli
inquirenti "putrida", è stata ripulita, lavata e debitamente insaporita ed è finita nei banchi frigo dei
nostri "controllatissimi" supermercati con il nome di ben 40 aziende italiane.

05 Febbraio 2006
- BLITZ DEI NAS L'INCHIESTA DELLA PROCURA DI PINEROLO: UN
ARRESTO, 35 AVVISI DI GARANZIA, 90 PERQUISIZIONI E UNA FARMACIA MESSA
SOTTO SEQUESTRO
Carne dopata sulle nostre tavole
Antibiotici e anabolizzanti ai bovini: smascherati allevatori, farmacisti, veterinari
Tutti facevano capo a una ditta di Milano

Una farmacia di None (TO) al centro dei traffici.
Per incentivare il traffico, ai grossiti venivano offerti regali, cene, pernottamenti in località di lusso,
fine settimana sulle piste di sci delle località olimpiche. Il rappresentante C.V. cercava di proteggere
i trasporti dei medicinali con un singolare sistema: essendo titolare di un negozio di animali esotici
a Carmagnola, portava in auto alcuni serpenti che lasciava liberi tra gli scatoloni.
15 febbraio 06 Doping nei cavalli da corsa .
Gli animali dopati venivano anche macellati e venduti per il consumo.

La Repubblica 23 02 06
Indagini in un´azienda agricola, due denunce

Otto vitelli morti in modo misterioso. Trovate numerose confezioni di farmaci per uso zootecnico
privi di prescrizione, oltre ad una sostanza bianca in polvere inviata al laboratorio per le analisi.
15- 22 dicembre 2005 – Il salvagente
Grandi fast food ingannano i clienti
a cura di Barbara Tassoni

I Fast Food mentono e attentano alla salute dei propri clienti. La sentenza arriva dall'associazione dei consumatori britannici Consumer's Association che sulla rivista Wich? Ha pubblicato un'inchiesta per smascherare la qualità degli alimenti offerti nelle quattro catene di ristorazione veloce più note oltremanica: Burger King, McDomald's, KFC e Pizza Hut. Il test ha rivelato la presenza di ingredienti inaspettati, ha scoperto che la quantità di calorie dichiarate dalle aziende è molto inferiore a quella realmente contenuta nei cibi e svelato che le sostanze pubblicizzate come piatto dietetico sono più cariche di sale di un qualunque panino con hamburger. Viene rilevato che molto spesso gli ingredienti di base sono addizionati di sostanze chimiche aggiunte in maniera consistente. Ad esempio una porzione di patate può contenere fino al 14 % del peso di sostanze chimiche aggiunte. Ma la notizia che colpisce di più è che la campagna di riabilitazione messa in atto dai fast food per apparire luoghi in cui è possibile trovare menu salutari si fonda su menzogne. Le informazioni nutrizionali diffuse sui siti delle aziende o contenute nelle etichette non corrispondono al vero. Un classico panino Whopper con una porzione media di patatine, secondo il sito ufficiale di Burger King dovrebbe contenere 13 grammi di grassi saturi, ma il laboratorio ne ha pesati 19. una
Ginger crunch salad, invece, secondo quanto pubblicizza KFC di grassi ne dovrebbe contenere3 2,4
grammi, in realtà ne contiene quasi il triplo: 6,7 grammi.
Aprile 06 documento regione veneto sull'inquinamento da diossina
- 1.8 Quale tipo di alimento subisce maggiore accumulo? In generale, più del 90% dell'esposizione umana alla diossina deriva dagli alimenti. Gli alimenti di origine animale
contribuiscono per l'80% all'esposizione complessiva. L'esposizione può essere altamente variabile
a seconda dell'origine dell'alimento. Carne, uova, latte, pesci d'acquacoltura e altri alimenti
possono essere contaminati da diossine provenienti dagli alimenti dati da mangiare agli animali.
Questo tipo di contaminazione può essere dovuto ad alti livelli di presenti nell'ambiente locale, per
la presenza nelle zone in cui gli alimenti per animali vengono raccolti, di inceneritori per rifiuti o di
aziende che utilizzano cicli di combustione ad alta temperatura. Altri casi si possono avere per
contaminazioni volute od accidentali, ad esempio nel caso belga del 1999 ed ancora per assunzione
continua e prolungata di alimenti che possono presentare un relativamente alto contenuto di
diossine, come nel caso di farine ed oli di pesce provenienti da zone di mare inquinate.
14 LUGLIO 2006 – La Repubblica -
Pagina 31 – Cronaca - IL RAPPORTO - I dati di Legambiente. Controlli in costante
aumento. "Ma il vero pericolo viene dalla Cina" - Attenti a cosa c´è nel piatto ecco la mappa
delle truffe a tavola - ELVIRA NASELLI

ROMA - Ci sono le uova marce vendute alle industrie di merendine e il grano contaminato con ocratossina destinato ai pastifici, il pomodoro infestato da larve e indirizzato alle aziende
conserviere e le merci cinesi con etichette false. Il concentrato di pomodoro greco giudicato
inidoneo al consumo umano e gli agrumi extracomunitari trattati con un additivo vietato
nell´Unione Europea. Questi, e molti altri dati, sono contenuti in "Truffe a tavola", il terzo rapporto
sulle frodi alimentari in Italia, realizzato da Legambiente e Movimento Difesa del Cittadino e
presentato ieri a Roma.
Un piccolo libro degli orrori che, però, paradossalmente testimonia del fatto che in Italia i controlli
si fanno. Solo quelli dei Nas dei carabinieri sono aumentati del 7 per cento in un anno.
Il grande rischio alimentare 2005, secondo il rapporto, è targato Oriente. Dalla Cina sono arrivati
funghi sott´olio venduti poi come cardoncelli italiani, novellame spacciato per bianchetto locale,
miele contenente cloramfenicolo, antibiotico vietato in Italia, per non parlare degli alimenti scaduti
da anni, o conservati in pessime condizioni igieniche o pronti per essere venduti con la falsa
etichetta "Prodotto in Cina secondo la normativa sanitaria vigente in Italia".
Oggi però, sottolinea Ugo Mereu, del Corpo Forestale dello Stato, sempre più spesso le truffe
alimentari sono conseguenza diretta dei danni ambientali. E ricorda il grano coltivato nei campi
concimati con rifiuti tossici, la mozzarella di bufala con residui di diossina, o il latte delle mucche
che pascolavano vicino al fiume Sacco, nel Lazio, inquinato con l´ammoniaca scaricata illegalmente
nel fiume.

22 09 06 - 129 sostanze chimiche presenti nei cibi - Indagine del WWF. La Repubblica
Uno studio condotto su 27 campioni di prodotti comuni acquistati nei supermercati di sette paesi
europei dimostra che la fonte dei prodotti chimici presenti nell'organismo delle persone soprattutto
delle bio accumulabili è proprio l'alimentazione.
Otto i gruppi di sostanze chimiche per un numero di 119 molecole, trovate in cibi diversi dal pane
alla carne all'olio di oliva ai bastoncini di pesce alle lasagne. Trovati ftalati, cancerogeni, nei
formaggi e nell'olio di oliva, pesticidi, pesce burro cerne di renna, muschi rilevati in vari pesci, tra
cui tonno salmone e aringhe. Tra gli altri anche il ddt vietato da molti anni ed evidentemente ancora
usato. Anche perchè noi europei garantiamo la nostra salute- o almeno di ci proviamo- vietandolo in
Europa ma non altrove. Poi per la globalizzazione le imprese guadagnano rivendendo materie
prime, anche cibi, provenienti da tutto il mondo e il ddt scacciato dalla porta rientra dalla finestra.


I DANNI ALLA SALUTE UMANA

Se la situazione sta in questi termini, perché i danni che si presumono alla salute umana non si
vedono in modo chiaro? Questa può essere una domanda più che legittima, e talvolta è quasi una
provocazione che i sostenitori del sistema produttivo industrializzato propongono a chi avanza
critiche.
L'elemento basilare in questo genere di discussioni è che si deve distinguere tra due tipi di effetti,
ovvero quelli deterministici e quelli stocastici.
I primi sono quelli che intervengono immediatamente dopo che l'organismo viene a contatto con
l'agente causale, come un virus nel caso di una malattia, o un agente tossico o allergizzante nel caso
di forma da alimentazione.
Si tratta di forme solitamente rapide nel manifestarsi, che producono effetti di varia entità, da forme
leggere fino a quelle gravi o gravissime. Come si è detto per le conseguenze relative all'ingestione
di sostanze ormonali, sono praticamente le sole ad avere un riscontro ufficiale, anche se molto
spesso i medici non riescono a mettere in relazione quello che avviene con la causa. Tipico è il caso
delle intossicazioni legate all'ingestione di carne contenente beta agonisti; se non vi è molta
attenzione, può succedere che nella diagnosi non si ricostruiscano tutti i passaggi epidemiologici
che poi permettono di risalire al movente primo. Nell'episodio di intossicazione collettivo avvenuto
nel salernitano solo tempo dopo si è potuti risalire alla causa scatenante.
Questi episodi, però, sono comunque quelli più segnalati e normalmente attirano anche l'attenzione
degli organi di stampa, in quanto solitamente coinvolgono molte persone e hanno molto spazio
mediatico. Tra tutte le forme patologiche, la salmonella è quella che da sempre detiene il primato
degli episodi di intossicazione, dovuto al fatto che si tratta di un germe molto diffuso sia tra le
persone sia tra gli animali, soprattutto le galline, le cui uova possono essere un tramite per la forma
patogena.
Molte spesso è difficile fare una distinzione tra il contagio inter umano e quello da parte degli
animali. Alcuni anni fa furono ingiustamente colpevolizzate le uova per un caso di intossicazione
collettivo con vomito, diarrea e numerosi ricoveri in ospedale. Le indagini dimostrarono però che la
causa era un contagio tipicamente inter umano, dal momento che era un addetto ad aver contagiato
la maionese nella quale i germi si erano sviluppati abbondantemente per poi colpire tutti gli invitati
al pranzo nuziale.
Solitamente sono proprio i pranzi collettivi i momenti in cui si possono manifestare queste
evenienze. Nel mese di ottobre del 2002, nel messinese, un ennesimo evento di intossicazione
collettiva si è purtroppo concluso con la morte di una persona intossicata da salmonellosi dovuta
all'ingestione di un dolce fatto con uova contaminate. La malattia non è solitamente grave, ma
provoca fastidiosi e dolorosi problemi gastrointestinali che si risolvono in poche ore. Purtroppo, può
talvolta dare serie conseguenze agli organismi più giovani o più anziani, o anche alle persone
eventualmente immunodepresse, che cioè per un qualche problema preesistente sono in uno stato di
carenza anticorpale. Evidentemente, nel caso di Messina la persona anziana non ha avuto la
resistenza necessaria a superare l'evento patogeno ed è arrivata alla morte. Questo dimostra
ulteriormente come in medicina non ci possano essere certezze assolute. Quindi, anche per queste considerazioni occorre non solo avere attenzione verso quelle forme di intossicazioni che conseguono in breve tempo all'ingestione dei cibi, ma anche alle conseguenze a lungo termine. Gli effetti che si manifestano nel corso del tempo sono definiti stocastici. Tipico è il caso del cancro. Si tratta di effetti che si manifestano su base probabilistica, ovvero tra coloro che assumono determinate sostanze vi è una più alta probabilità di contrarre una certa patologia; ma ciò non significa né che tutti quelli che le assumono saranno colpiti, né che chi non le assume ne sia immune. Tipico è proprio il comportamento del cancro da fumo. I fumatori hanno una probabilità molto alta di contrarre la forma polmonare, ma solo nel senso che la probabilità tra i fumatori è più alta che tra chi non fuma; e, al tempo stesso, non basta non fumare per non contrarlo ugualmente. Questa situazione si verifica anche per le forme collegate all'ingestione di sostanze pericolose con l'alimentazione. Non è detto che tutti abbiano delle conseguenze, ma è noto che certe abitudini alimentari daranno maggiori probabilità di malattia. Un'evidente conseguenza è che queste forme, che colpiscono nel corso del tempo, sono molto più difficilmente collegabili alla causa prima, e chi cerca di allontanare i sospetti dagli attuali sistemi produttivi si basa proprio sulla difficoltà nel collegare causa ed effetto per negare la pericolosità dell'attuale scelta industriale in campo agro alimentare. Molti esempi si possono fare per spiegare la difficoltà di questa dimostrazione. Se si pensa allo scandalo legato alla somministrazione di diossina nel mangime di polli e di suini, si ricorderà come alla comunicazione del problema ci fosse stato un rifiuto immediato da parte dei consumatori di quelle carni, rifiuto che poi è rientrato fino a tornare ai normali livelli di consumo. Evidentemente, gli eventuali problemi collegati al consumo di quelle carni non saranno certo visibili nel breve volgere di qualche anno. Se e quando i problemi si manifesteranno, difficilmente verranno messi in relazione alla diossina nei mangimi di polli e suini. Altro esempio è il caso degli ormoni somministrati agli animali. Furono necessari anni per comprendere che il Des, dietilstilbestrolo, provocava forme tumorali maligne. E nonostante si conoscano effetti mutageni e di precoce sviluppo sessuale dovuti all'assunzione di sostanze ormonali tramite la carne, è difficile stabilire con certezza il nesso epidemiologico. Ecco perché chi difende questo sistema può accampare scuse e sostenere che non è possibile, appunto, ascrivere con certezza colpe a questo modello produttivo. –––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––– Da IL NUOVO, venerdì 13 giugno 2003 CANCRO LA CARNE SUL BANCO DEGLI IMPUTATI «Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, il 30-40 per cento di tutti i tumori potrebbero essere evitati con una «buona dieta» che limiti fortemente il consumo di proteine animali» di Rosanna Ostuni Milano - Da trent'anni l'oncologia mondiale studia il rapporto tra cibo e cancro. I dati confermano che il 30-40 per cento dei tumori si potrebbero evitare se uomini e donne nei paesi ricchi si nutrissero in modo diverso. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità i casi di cancro potrebbero aumentare del 50 per cento, con 15 milioni di nuovi casi entro il 2020. Sul banco degli imputati il consumo esagerato di carne e proteine animali e una dieta troppo ricca di calorie, di zuccheri semplici, insieme al fumo e alle infezioni. «Nei paesi occidentali ricchi, nel corso dell'ultimo secolo ci si è progressivamente discostati dalla dieta tradizionale: cibi che un tempo erano mangiati soltanto occasionalmente, come molti alimenti di origine animale, a cominciare dalla carne ma anche dal latte, oppure non erano conosciuti, come lo zucchero e le farine molto raffinate, sono diventate un nutrimento quotidiano» afferma Franco Berrino, direttore del dipartimento di medicina preventiva e predittiva, nonché responsabile del Servizio di Epidemiologia dell'Istituto dei Tumori di Milano. «Questo modo di mangiare ha contribuito grandemente allo sviluppo di malattie quali l'obesità, il diabete, l'ipertensione, l'aterosclerosi, l'infarto, l'osteoporosi, e molti tipi di tumori, tra cui quello dell'intestino, della mammella e della prostata». La strategia della prevenzione dei tumori passa quindi anche da una «buona dieta». Già nel 1997 il World Cancer Research Fund e l'American Institute for Cancer Research avevano dettato le proprie raccomandazioni per uno stile nutrizionale «anticancro». Al primo posto, con rammarico per i carnivori più ostinati, si raccomandava di scegliere alimenti prevalentemente di origine vegetale, con un'ampia varietà di verdure e frutta, di legumi e di cereali in chicchi o sotto forma di pane, pasta o polenta integrale. L'uso abituale della carne rossa è invece fortemente sconsigliato. Da evitare anche il consumo di carni e pesci cotti a elevate temperature, alla griglia o affumicati. «Il problema - spiega Berrino, - non è tanto convincere la popolazione a cambiare modo di mangiare; il problema è il cambiamento di tutto quello che ruota attorno al pianeta cibo, a cominciare dagli interessi economici della produzione e della distribuzione». Certo è che, secondo i diversi studi, è altissima la percentuale di tumori che potrebbe essere evitata attraverso una buona alimentazione. Si parla di una percentuale superiore al 50 per cento per i casi di tumore al colon e retto, stomaco e esofago, mentre nei casi di mammella e cavo orale le indagini più ottimistiche ipotizzano una riduzione del 50 per cento con una alimentazione più «naturale». Anche se non si tratta di elementi validi dal punto di vista epidemiologico per poter stabilire con sicurezza il legame di causa effetto, è noto che nelle società industriali la mortalità per cancro e per malattie cardiovascolari è molto più elevata rispetto ad altri tipi di modelli di vita. Un dato significativo viene fornito dalla stessa Oms, Organizzazione mondiale della sanità, che ha elaborato un nuovo indicatore per misurare il numero di anni passati in buona salute: la speranza di vita corretta dall'incapacità. La speranza di vita veniva prima calcolata a partire dalla sua durata generale. Ci si basava semplicemente sulle cifre relative alla mortalità. Per calcolare il nuovo indice, gli anni di malattia sono ponderati in funzione della loro gravità e sottratti alla durata di vita prevista. Le cifre, pubblicate nel giugno 2000, gettano una luce nuova sulla situazione di ogni paese rispetto allo sviluppo; così gli Stati Uniti arrivano solo ventiquattresimi e le cause vanno attribuite, a parere della stessa organizzazione, anche ai regimi alimentari. Nel senso che, se nei paesi poveri si muore a causa della fame, nei paesi più ricchi vi è ormai una patologia definita «da abbondanza». La stessa Oms attribuisce alla carne un ruolo non secondario nel provocare forme di cancro. Si deve porre attenzione non solo sul determinismo che induce l'alimentazione a base di prodotti di origine animale - che rallenta il transito intestinale e permette una stasi più lunga di sostanze tossiche fecali a contatto con le pareti dell'intestino, e il conseguente riassorbimento - ma anche all'assunzione di molecole chimiche potenzialmente pericolose contenute nei cibi derivanti dalle attuali tipologie di allevamento. Una ricerca effettuata dal professor Fabio Perazzini dell'Istituto Mario Negri di Milano conferma che il cibarsi regolarmente con una fetta di carne aumenta del 70% il rischio di contrarre un cancro all'utero. Dice il professore: «Le donne del campione (2300 donne italiane, 800 affette da fibroma e 1500 sane) hanno un più frequente consumo di carni di manzo, vitello o prosciutto e meno di verdure rispetto al campione delle sane». (La Repubblica, 23.9.1999) La problematicità dell'argomento è indicata anche dalle ripetute affermazioni pubbliche di responsabili della Sanità pubblica, come in Piemonte Mario Valpreda, secondo le quali si può attribuire all'alimentazione l'insorgenza di almeno il trenta per cento di forme tumorali. Certamente questo dato deve essere messo in relazione alle svariate molecole che con i cibi si introducono nel corpo, coerentemente con quanto avviene in campo generale, dove in assoluto la moltitudine di
molecole chimiche che vengono in contatto con le persone sono annoverate tra le principali cause di
cancro. Preoccupazioni che Claude Reis, tra gli altri, ripetutamente lancia nell'ambito di convegni
internazionali. Conferma indiretta ma indicativa può essere proprio l'aumento delle forme di questa
patologia negli ultimi decenni, e significativamente in concomitanza con l'aumento dell'immissione
in commercio di sempre nuove e sempre più numerose sostanze chimiche di sintesi.
Una conferma indiretta arriva nel marzo del 2004, quando viene lanciata una dieta che dovrebbe
servire a migliorare la salute delle persone. Molto interessante è che su 14 alimenti consigliati solo
due sono di origine animale: salmone biologico (sic! dove si troverà in Italia?) e il tacchino. Gli altri
sono frutta e verdura.
Ci si può solo attendere che nel tempo queste segnalazioni aumentino. Nell'aprile del 2004, sugli
Annals of Oncology, un gruppo di ricerca guidato da Fabio Levi dell'Università di Losanna e da
Carlo La Vecchia dell'Istituto Mario Negri di Milano, ha dimostrato una relazione diretta tra
consumo di insaccati e alcuni tipi di tumore: della bocca, della laringe, dell'esofago e del colon. I
risultati sono molto evidenti: chi consumava più di tre volte alla settimana insaccati ha palesato un
aumento del rischio di cancro alla cavità orale e alla faringe quasi quintuplicato; risultato simile per
l'esofago, con un aumento di quattro volte e mezzo, e un po' più basso per la laringe, con aumento
di 3 volte e mezzo; ancora inferiore per il colon, con aumento di 2 volte e mezzo. Anche
quest'ultimo dato, che sembra minore, in realtà denuncia una possibilità comunque più che doppia
di contrarre il cancro rispetto a chi consuma meno insaccati! I prodotti più pericolosi sono risultati
salsicce e salami. Praticamente lo stesso gruppo di ricerca aveva pubblicato, nel 2000, su
International Journal of Cancer, uno «studio caso» di ben più ampie dimensioni, realizzato nel
settentrione del nostro Paese, riguardo al rischio tumorale connesso al consumo di carne rossa. I
ricercatori hanno studiato circa 9.000 persone affette da tumore, effettuando circa 8.000 controlli.
Le conclusioni sono state che il gruppo che consumava carne rossa tutti i giorni, paragonato al
gruppo che ne consumava al massimo tre volte alla settimana, aveva un aumento significativo del
rischio di tumore dello stomaco, del colon, del retto, del pancreas, della vescica; anche le casistiche
sull'ovaio e sul seno erano statisticamente più significative (la Salute di Repubblica, 22 aprile
2004).
In conclusione…

La prima considerazione è relativa al fatto che molto dipende dall'approccio generale. Nella
valutazione delle problematiche, la parte produttiva tende a dare molta importanza a quanto avviene
nell'ambito della lavorazione e gestione tecnologica degli alimenti, tralasciando il fatto che la
salubrità dei cibi è il risultato non solo della correttezza e igiene della preparazione, ma anche di
tutte le pratiche di allevamento.
La strada verso una vera biosicurezza non può che essere quella di ridiscutere le regole delle
produzioni, senza puntare tutto sul controllo, perché questa è una soluzione che non ha pagato
finora, come dimostrano gli scandali alimentari, e non potrà pagare nel futuro. Cambiare per
migliorare, perciò, implica anche un cambiamento delle regole produttive.
La vera sicurezza nasce da garanzie che siano tali, cioè dall'eliminazione delle sostanze più
pericolose dalle catene alimentari, e non dal loro controllo a livello di quantità ammesse. Finché
saranno permesse, non sarà possibile escludere che entrino in quantità pericolosa negli alimenti o
che altre, ancora più pericolose, siano mescolate. Questo perché il controllo di laboratorio è
estremamente difficoltoso e impossibile da praticare su tutte le derrate alimentari. L'esclusione
totale delle sostanze più pericolose genererebbe un mutamento dei sistemi di allevamento. È perciò
necessario costruire un cambiamento delle regole, che diventerebbero gli strumenti per impedire le derive negative e per costruire situazioni diverse. A titolo di esempio: cosa accadrebbe con un divieto di utilizzo di antibiotici negli allevamenti, o di fitofarmaci sintetici in agricoltura? Ne discenderebbe un cambiamento radicale, poiché è dimostrato che gli allevamenti industriali possono sussistere solo grazie agli aiuti farmacologici, e le monocolture solo grazie ai fitofarmaci. Se ci si basasse su questo tipo di regole, ecco che si andrebbe a reindirizzare i sistemi produttivi, e di fatto si abbasserebbe il bisogno di controlli, cioè si passerebbe a indirizzi produttivi più sicuri di per sé, senza bisogno di verifiche e molteplici e difficili analisi di laboratorio. La vera biosicurezza si deve costruire quindi attraverso un sistema di cambiamento di regole, e non già aumentando i controlli, sia ufficiali, sia di autocontrollo, come invece propongono gli operatori del settore, perché i controlli, di fatto, favoriscono il sistema produttivo industriale e non migliorano la sicurezza. Un primo punto è quello di costituire, nell'ambito dell'agenzia sulla sicurezza alimentare, un tavolo permanente di confronto tra gli Enti ufficiali, i Ministeri interessati, le associazioni dei produttori, i sindacati dei medici e dei veterinari, le associazioni dei consumatori, dei produttori biologici. In questa sede saranno valutati i risultati raggiunti dalle politiche adottate ed esaminati i dati relativi alle iniziative messe in atto a livello istituzionale per promuovere la sicurezza. Un passo fondamentale è quello di dare luogo a politiche di sostegno alla zootecnia e all'agricoltura biologica, perché la vera sicurezza nasce proprio da sistemi diversi che, per la loro stessa modalità operativa, non richiedono l'utilizzo di molecole pericolose. Gli allevamenti biologici, proprio come l'agricoltura secondo gli stessi metodi, prevedono regole di allevamento che naturalmente rendono inutile il ricorso alle sostanze dopanti o alle molecole antibiotiche. Se si deve allevare un bovino per più di due anni, e gli altri animali domestici per tempi comunque più lunghi di quelli delle strutture industriali, diventa troppo dispendioso la somministrazione duratura di aiuti farmacologi il cui costo sarebbe insostenibile. La somministrazione è naturalmente proibita dai disciplinari ma, a differenza di quanto avviene nell'allevamento industrializzato nel quale è ugualmente proibita, non è funzionale al metodo, e quindi ne diventa disincentivante l'applicazione. Animali allevati per più tempo, e le cui carni non devono comunque essere innaturalmente tenere, rendono inutile e controproducente la somministrazione di sostanze anabolizzanti. Al contrario, nelle strutture industrializzate l'uso è non solo utile, ma quasi indispensabile per compensare le difficoltà di crescita degli animali. Parimenti, l'uso degli antibiotici nel biologico è addirittura vietato, dovendo ricorrere esclusivamente alle terapie omeopatiche, proprio perché l'allevamento è ugualmente possibile. Le condizioni di vita più salubri, più vicine alla naturalità, più rispettose dell'etologia e della fisiologia, che non inducono stress, e la giovane età dei soggetti fanno sì che gli animali possano arrivare all'età della macellazione senza incorrere in molte malattie, e per le quali è evidentemente sufficiente la terapia omeopatica. Esattamente il contrario di quanto si verifica negli allevamenti industrializzati, dove le tipologie di allevamento inducono uno stress perenne e un malessere destinati a sfociare inevitabilmente in forme patologiche gravi, che debbono essere preventivamente contenute mediante un massiccio aiuto farmacologico. Insomma, il biologico aiuta in modo naturale a non ricorrere ai farmaci e agli aiuti chimici, mentre l'allevamento tecnologico di per sé li richiede. Queste riflessioni collegano in maniera chiarissima un concetto molte volte espresso, ovvero che quando si parla in difesa del benessere degli animali molte volte si fa anche il bene dell'uomo, proprio come in questo caso, perché se è bene evitare l'integrazione di prodotti chimici questo si può fare solo garantendo un maggiore benessere agli animali. Per il raggiungimento di una vera sicurezza alimentare è quindi necessario impostare azioni
politiche e amministrative - ai diversi livelli, europeo innanzitutto, nazionale e locale, regionale e
provinciale - che abbiano come fine la promozione del sistema di allevamento biologico.
L'impegno più importante, quello che può determinare la vera svolta, è il cambiamento della Pac,
Politica agricola comunitaria. Finora l'ingente impegno, pari alla metà dell'intervento pubblico
europeo, quasi 90.000 miliardi di vecchie lire, non è servito per proporre dei cambiamenti di rotta.
Gli attuali sistemi produttivi, tutti favorevoli alle multinazionali dell'agrochimica, della
distribuzione del cibo e altre, sono sostenuti proprio dagli indirizzi della politica europea. Cambiare
il sistema dei contributi, fissandolo anche a precisi indirizzi produttivi, salvaguardando il reddito
degli contadini e degli allevatori, ma soprattutto di quelli piccoli oggi schiacciati dai latifondisti e
dagli allevatori industriali, è indispensabile se si vuole perseguire seriamente e concretamente una
vera sicurezza alimentare.
QUALITÀ E RINTRACCIABILITÀ

Attualmente in tema di alimentazione va molto di moda il termine di qualità e di prodotto tipico
come sinonimo di qualità e, sottointeso, di sicurezza. È necessaria qui una riflessione approfondita.
Il concetto di qualità riferita alla filiera è la trasposizione commerciale di quello che è il controllo
Haccp, cioè il controllo di filiera. Il controllo di un alimento in ogni fase naturalmente diventerebbe,
secondo i produttori, anche una certificazione che dovrebbe aggiungere sicurezza. E in quel senso
viene usato.
Vi è però da ricordare quanto detto in precedenza sui contenuti occulti che ci sono dietro le filiere,
ovvero, come si è detto, tutto quanto di illecito vi può essere.
Facciamo un esempio. Nessuno contesta che il prosciutto di Parma o San Daniele siano prodotti di
qualità certificati. I maiali che si usano, però, provengono da allevamenti industriali nei quali i suini
sono allevati come tutti gli altri, non in maniera diversa, e saranno trattati con gli stessi aiuti chimici
che servono in questi allevamenti. Inoltre, solo a Parma si producono 20 milioni di prosciutti e per
circa la metà si usano cosce provenienti dall'estero. Come può essere giustificata l'equivalenza
della tipicità con qualità e sicurezza?
Anche le produzioni di nicchia vanno esaminate con attenzione. Quando un qualsiasi prodotto
aumenta le quantità, inevitabilmente deve rivolgersi, per approvvigionarsi in vista della
trasformazione, alle produzioni industriali perché è lì che si trova l'assoluta maggioranza degli
animali allevati.
La tipicità sia essa del lardo di Colonnata, come del prosciutto di Norcia, come del formaggio
Castelmagno o di quant'altro si voglia, rimane collegata alle produzioni artigianali con la
possibilità, ma non la certezza, di avere animali allevati in modo meno chimico, solo fino a certi
livelli produttivi; oltre, si entra nel campo dell'allevamento industriale, con tutto quello che ne
consegue. Non che si voglia colpevolizzare oltre il dovuto questa tipologia; si vuole solo ricordare
che a certi livelli la tipicità è legata esclusivamente alle caratteristiche di trattamento del prodotto di
origine animale per farlo diventare saporito, ma non giustifica una diversità oggettiva. Anni fa era
stato evidenziato come il prosciutto di Norcia portava in bella vista il timbro sanitario olandese, a
dimostrazione della provenienza della coscia da quel paese. Molte delle pancette che diventano
speck tirolese arrivano dalle nazioni orientali, dove si allevano maiali di più ridotte dimensioni. In
questi due casi, e in innumerevoli altri, cosa giustifica il nome specifico se non una semplice
metodica di lavorazione? Potrebbe forse indicare qualcosa di più, come ad esempio la sicurezza che
l'animale non abbia ingerito residui pericolosi che possono rimanere nelle carni e arrivare al
consumatore?
Sottolineare la tipicità è un interesse commerciale, che non si contesta, ma che va riportato al suo
principio fondamentale.
La vera sicurezza non può limitarsi al trattamento igienico dei prodotti, né tanto meno alla tipicità di
una preparazione, ma nasce soprattutto dalla tipologia dell'allevamento dell'animale che poi sarà
macellato e diventerà cibo. Nessun prodotto tipico garantisce questo primo elemento di per sé, e
anzi, se le quantità diventano elevate è inderogabile il ricorso alle strutture industriali per
approvvigionarsi. Non si vuole sostenere che il prodotto industriale sia insicuro in quanto tale, mas
solo che può avere, e in effetti molte volte ha, notevoli problematicità e che quindi i prodotti che ne
derivano possono dare dei problemi. E questi problemi li potremo avere tanto nel prosciutto senza
marca quanto nel San Daniele o nel Parma, se tutti derivano dagli stessi tipi di maiale. E il
parmigiano o il grana padano non sono diversi di origine, se il latte con cui sono prodotti arriva da
tutta la pianura padana, non solo dalla zona di cui portano il nome, esattamente come tonnellate di
altro formaggio meno nobile.
Allevamenti convenzionali e tecnologici

A partire dalle considerazioni precedenti, se si vuole comunque migliorare la situazione negli
allevamenti non biologici occorre prevedere una serie di regole.
Nella produzione dei mangimi si dovranno vietare tutte le sostanze non nutritive e che possono dare
luogo a introduzione di alimenti di non accertata provenienza; soprattutto occorrerà considerare con
attenzione il problema della somministrazione di prodotti con modificazioni del patrimonio
genetico, gli OGM. Si deve promuovere un ripensamento su una miriade di sostanze ammesse,
quali composti azotati non proteici, antibiotici, coloranti, conservanti, appetizzanti ecc.
Per quanto riguarda le sostanze illegali, come gli ormoni, sarebbe utile adottare una soluzione
simile a quella che si è imposta a livello sportivo per le sostanze illegali, basandosi sulla
penalizzazione del prodotto carne non solo quando si è in accertata presenza di sostanze irregolari,
ma anche quando le caratteristiche della stessa siano alterate, come ad esempio un aumento
esagerato del contenuto in acqua.
Certamente, se si vuole dare credibilità al sistema attuale, occorre prevedere un maggiore
investimento nel campo dei controlli, aumentando le dotazioni dei laboratori degli Istituti
Zooprofilattici che svolgono il ruolo di supporto alle indagini sul territorio, sia in personale sia in
attrezzature, tenendole aggiornate alle evoluzioni della tecnologia. Su questo punto occorre formare
i veterinari non solo verso un indirizzo produttivistico, ma anche stimolandone la sensibilità e la
capacità critica, affinché sappiano proficuamente prestare attenzione alle necessità fisiologiche ed
etologiche degli animali.
La stessa etichettatura, introdotta dopo alcuni anni di ritardo, deve essere gestita al fine di arrivare al
vero scopo, ovvero dare garanzie e non solo essere una forma di pubblicità surrettizia.
A questo scopo, per le carni si dovrebbe indicare l'origine dell'animale, i metodi di allevamento,
industriale o tradizionale, sistemi e tipi di alimentazione, materie prime e secondarie utilizzate,
compresi tutti i sottoprodotti, e il sistema di macellazione.
Per i vegetali occorre considerare anche i sistemi di produzione, sostanze chimiche usate e numero
dei trattamenti chimici effettuati sulle coltivazioni.
Le etichette dei mangimi dovrebbero riportare tutte le materie introdotte, anche a livello di
integrazione e in quantità minime.
Qualche timido tentativo in questo senso era già stato fatto, ma poi precipitosamente abbandonato.
Nella finanziaria del 1999 erano stati previsti piccolissimi prelievi fiscali sui mangimi contenenti
farine animali, a quel tempo permesse, e sui pesticidi più pericolosi, il cui ricavato avrebbe dovuto
sostenere le produzioni biologiche. Poteva essere un primo passo verso una vera biosicurezza.
In ogni caso, un'iniziativa sicuramente necessaria è quella di istituire dei momenti di formazione
per i cittadini di tutte le età in campo alimentare, non gestita dalle multinazionali
dell'agroalimentare ma dalle scuole pubbliche insieme alle associazioni del volontariato
ambientalista e animalista.
A LIVELLO INDIVIDUALE…

Nel campo dell'alimentazione sono ugualmente importanti le scelte individuali, quelle che si fanno
ogni giorno al momento dell'acquisto e nelle ordinazioni al ristorante o alle mense. Pertanto, è bene
ricordare che si possono adottare comportamenti che possono sia giovare a noi stessi, sia contribuire
a spingere il sistema verso una vera sicurezza.
Mangiare poca carne
Contrariamente a quello che si è soliti ritenere - ma le cause di queste errate credenze sono da
ricercarsi in situazioni che risalgono indietro nel tempo e riguardano l'evoluzione stessa della vita
umana - nei paesi occidentali e in Italia si consuma una quantità troppo elevata di prodotti di origine
animale. Se si pensa che in base a quanto stabilito dai LARN, cioè i livelli di assunzione
raccomandati, sono sufficienti circa 35 chili di prodotti di origine animale all'anno, risulta ancora
più evidente l'abuso che si verifica nel nostro Paese, dal momento che, contando insieme carne
bovina e di altri animali, latte, uova, pesce, formaggi e quant'altro, si arriva a una quantità vicina ai
200 chili, cioè cinque volte di più di quanto sufficiente.
Specialmente nelle ristorazione collettiva andrebbe posta molta attenzione alla variabilità della dieta
e alla sua composizione, che non deve essere troppo ricca di alimenti di origine animale, anche per
insegnare ai giovani le regole fondamentali di una corretta alimentazione.
Alternare prodotti diversi
In un'ottica di ruolo di educazione all'alimentazione, l'apprendimento ad arricchire la dieta con cibi
diversi per varietà e tipo aiuta in quella che è una delle regole essenziali per una corretta
alimentazione, in quanto con la varietà si corre meno il rischio di introdurre sostanze estranee
potenzialmente pericolose. Se, ad esempio, si consumano in abbondanza salumi è chiaro che le
sostanze chimiche presenti saranno assunte in maniera maggiore. L'alternanza e la varietà
diminuiscono di fatto la quantità delle molecole estranee ingerite.
Fare attenzione ai prodotti preconfezionati
Sempre sulla base del concetto che è meglio evitare tutto ciò che non si riesce a controllare, è bene
non ricorrere troppo ai cibi preconfezionati o precotti, in quanto la preparazione industriale tende a
insaporire i cibi con l'aiuto di sostanze chimiche che sono sicuramente piacevoli al palato, ma
pericolose per la salubrità.
Prodotti biologici
Come detto, la certificazione biologica è quella che al momento rappresenta la migliore sicurezza
per quanto riguarda la presenza di residui chimici nei prodotto di origine alimentare. Tutte le
produzioni non biologiche, infatti, come abbiamo detto, sono regolate da una legislazione che non
esclude l'uso delle sostanze chimiche, anche di quelle pericolose come nitrati e nitriti, ma che
semplicemente ne limita l'uso quantitativo.
I prodotti biologici, invece, si basano su sistemi diversi che escludono la presenza di sostanze
chimiche aggiuntive, non solo nella preparazione ma anche nell'allevamento. È del tutto evidente,
quindi, la maggiore salubrità degli stessi, anche se occorre ricordare che si tratta pur sempre di una
certificazione di tipo privato, cioè non fornita da pubblici ufficiali. Naturalmente non si può, anche
in questo caso, escludere a priori che qualche furbo possa cercare di commercializzare come
biologico un prodotto che non lo è. Ma questo rientra nel campo delle frodi che sono purtroppo
sempre possibili per qualunque tipo di cibo acquistato.
Altre certificazioni
Come noto, esistono altre certificazioni per i prodotti di origine animale. La quasi totalità, però, è di
tipo commerciale, ovvero è un marchio che viene lanciato da chi produce o vende e non può avere
garanzie di tipo sanitario. Solitamente sono diciture che richiamano alla naturalità, alla semplicità e
simili, ma che non impegnano chi le assume a cambiare o a garantire sistemi produttivi in grado di
escludere che le tecnologie più dubbie e pericolose non siano comunque seguite. Molte volte si
tratta di dichiarazione di origine, che può essere una nota di conoscenza superiore ma non rassicura
sul fatto che un eventuale eccesso di chimica possa realizzarsi tanto in Piemonte quanto in Toscana,
o in altre regioni o paesi esteri.
Inoltre va ricordato che, teoricamente, tutte le produzioni europee soggiacciono alle stesse regole,
per cui gli allevamenti italiani hanno gli stessi obblighi di quelli francesi o spagnoli. Certo, vi può
sempre essere chi accusa gli stranieri di minori attenzioni. In Piemonte esiste la legge regionale
35/88 che certifica una maggiore accuratezza di allevamento, mentre la Coalvi certifica la
provenienza da allevamenti piemontesi. Solitamente si attribuisce a queste due certificazioni un
valore aggiunto per quanto riguarda la salubrità e la qualità, inferiore comunque alla certificazione
biologica.
LA SCELTA VEGETARIANA - BENEFICI E SALUTE

Di fronte a questa situazione ognuno può fare delle scelte per tutelare la propria salute e quella dei
propri figli. Una scelta valida è quella vegetariana che esclude l'utilizzo delle carni e dei loro
derivati, oppure quella vegana che elimina tutti i prodotti di origine animale, anche latte, formaggi e
uova.
In Italia pare siano già 3 milioni le persone che hanno scelto di alimentarsi escludendo la carne, il
pesce e molti prodotti di origine animale. Un censimento serio non esiste, ma le cifre sono credibili.
Tra le motivazioni che portano a scelte di questo tipo, la più forte è senz'altro quella etica. In
sostanza, la scelta di rispettare i diritti degli animali e la loro capacità di soffrire porta a eliminare
quei comportamenti che provocano loro sofferenza e morte. Certamente, preso nel suo insieme, il
sistema di allevamento industrializzato è causa di enormi sofferenze agli animali, dalla nascita, alla
morte, passando per tutte le pratiche cui sono sottoposti. La costrizione di box piccolissimi, la
privazione della luce del sole, di rapporti con i propri simili, il trasporto, talvolta per migliaia di
chilometri, e infine la macellazione in quella sorta di catena di montaggio (o smontaggio) che sono i
moderni mattatoi, costituiscono per gli animali un vero e proprio inferno sulla terra.
Vi sono però anche ragioni di carattere salutista, tutt'altro che secondarie come abbiamo visto in
precedenza.
L'Oms - Organizzazione Mondiale per la Sanità - ha ammesso che la speranza di vita sana
diminuisce per la popolazione americana a causa anche dell'alimentazione, eccessiva e troppo ricca
di grassi animali.
È chiaro che la scelta vegetariana rappresenta una scelta sana, dal momento che con essa si
introducono meno sostanze chimiche.
Tutti i residui che con l'alimentazione e i trattamenti vari entrano nel corpo degli animali finiscono
inevitabilmente sulla tavola dei consumatori.
Le sostanze chimiche contenute vengono così concentrate nella carne e nel latte e ritornano sulla
tavola.
Si tratta di antibiotici e di sostanze chimiche diverse, che sotto forma di coloranti, conservanti,
appetizzanti per stimolare l'appetito e ancora altro, vengono somministrate agli animali. Si calcola
che un bovino di 20 mesi ingoi circa 5 chili di sole sostanze chimiche. E poi ci sono i metalli
pesanti, come cromo, ferro, rame, in quantità non ben misurata.
Infine, vi sono le sostanze illegali, gli ormoni e i beta agonisti
Anche i residui degli inquinanti ambientali rimangono nelle carni e nei prodotti di origine animale,
incominciando dalla diossina e PCB - poli cloro bifenili, sostanze cancerogene che permangono nel
grasso e nel latte - e continuando con i nitriti e i nitrati.
Insomma, la carne e gli altri derivati sono un accumulo di sostanze pericolose per la salute di chi li
mangia.
Qualcuno dice che anche i vegetali che mangiamo contengono pesticidi e altri prodotti pericolosi,
però mentre questi sono comunque soggetti a regole di trattamento, i cereali per gli animali non
sono controllati e quindi possono contenere maggiori quantità di prodotti insalubri.
Sarà vero o si tratta di preoccupazioni eccessive? Che si tratti di preoccupazioni fondate non lo
dicono gli animalisti o i vegetariani, ma le stesse fonti ufficiali.
Anche le riviste medico scientifiche sostengono che l'alimentazione a base di carne è pericolosa per
la salute e può provocare il cancro.
Una dimostrazione indiretta è data dal fatto che i centri che lavorano nel campo della salute
propongono soggiorni di depurazione salutistici nei quali la dieta è vegetariana!
Se poi si pensa allo spreco di proteine dovuto all'alimentazione carnea, questa scelta assume anche
una valenza sociale di enorme importanza. Per produrre un chilo di carne bovina occorrono 13 chili
di proteine vegetali. I cereali prodotti nel terzo mondo, che potrebbero sfamare il miliardo e mezzo
di persone che non ha cibo a sufficienza per vivere, vengono importati dal mondo ricco per produrre
hambuger, bruciando in questo processo proteine che basterebbero a sfamare tutti.
Per dirla con Gandhi, «la natura produce a sufficienza per i bisogni di tutti, ma non abbastanza per
l'ingordigia di pochi
».
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Source: http://www.enricomoriconi.it/html/download/Mangio_dunque_sono_06.pdf

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International journal of medical science & dental health Original Article Evaluation of clinical and radiological correlation in scrotal lesions in patients at tertiary care teaching hospital Krati S. Mundhra 1, ShashiKumar H. Mundhra 2 1Associate Professor, Department of Radiology, Smt. N.H.L. Municipal Medical College,Ahmedabad, Gujarat, India.

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Section 1: Feeling sick Risks associated with your anaesthetic Section 1: Feeling sick This leaflet explains the causes of sickness following anaesthesia and surgery, what can be done to prevent it occurring, and treatments available if it does happen to you. Some words explained